Dal post diventato virale sui social alle riflessioni sul futuro delle aree interne: il giovane autore di Acri racconta il suo legame con la terra d’origine
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“Mi hanno chiesto cosa rimango a fare in questo posto da cui tutti stanno andando via...”.
Con queste parole, accompagnate da una splendida fotografia di un tramonto sui tetti di Acri, il giovane scrittore calabrese Manuel Francesco Arena ha affidato ai social una riflessione intensa e poetica sul senso dell’appartenenza, sulla scelta di restare e sul legame profondo con la propria terra.
Ecco il testo integrale del suo post:
“Mi hanno chiesto
cosa rimango a fare
in questo posto da cui
tutti stanno andando via?
Rispondere non è facile,
perché forse risposta non c’è
o è già nella domanda stessa.
Intanto sono qui
a spiare il sole che tramonta
accarezzare i tetti delle antiche case,
a far compagnia ai gatti
che stanno in mezzo alla via
ed a carezzare i ciottoli
della vecchia strada
che aspettano a sera
la suola dei miei scarponi
prima di addormentarsi.
Con il mondo in mano
di chi non cerca il mondo
andando per il mondo,
do voce ai racconti dei vecchi,
ai merli che cantano la primavera,
ed alla brezza che spira dalla fiumara
e profuma di menta ed origano
come un amore estivo
che non si arrende all’inverno”.
Parole che raccontano una Calabria diversa da quella delle statistiche e dello spopolamento: una Calabria vissuta, amata e osservata ogni giorno. Una scelta controcorrente, quella di restare, che merita di essere approfondita.
Per questo abbiamo fatto alcune domande per conoscere meglio il pensiero e il percorso di Manuel Francesco Arena.
Manuel, nel tuo post descrivi una Calabria fatta di tramonti, pietre antiche, fiumare, profumi e silenzi. Quando hai compreso che questa terra non era soltanto il luogo in cui eri nato, ma una parte essenziale della tua identità?
«Questi luoghi li ho nel cuore e sotto le unghia praticamente da sempre. Luoghi di una Calabria interna dove il legame con la terra è forte e gli echi della cultura contadina risuonano ancora potenti come il vento del fiume Mucone che spira a sera nella mia città».
«Mi hanno chiesto cosa rimango a fare in questo posto da cui stanno andando via tutti». È una domanda che molti giovani calabresi si sentono di rivolgere. Qual è stata la tua risposta personale e perché hai deciso di restare?
«Ho deciso di restare perché a volte va soppesato bene ciò che si perde e ciò che si trova. Andare via vuol dire perdere prima di tutto anche un po' di noi stessi ed io a ciò non sono pronto e forse non lo sarò mai».
Nei tuoi scritti emerge un rapporto quasi intimo con la natura e con la montagna. Che cosa rappresentano per te i boschi, i sentieri e i paesaggi dell’entroterra calabrese?
«Le mie montagne dell’Altopiano della Sila con la loro straordinaria bellezza, per me sono dei veri e propri stati d’animo. Lì in quota, specie nei miei via vai in bicicletta, trovo l’armonia e l’ispirazione per scrivere su carta le mie emozioni».
Da scrittore, cosa cerchi di raccontare della Calabria che spesso non trova spazio nei grandi mezzi di informazione nazionali?
«Racconto di una terra meravigliosa eppure fragile. Un luogo che ha bisogno di raccontarsi e parlare, perciò chi come me scrive, ha il dovere morale di essere la sua voce».
Lo spopolamento continua a svuotare molti paesi dell’interno. Pensi che per le nuove generazioni esistano ancora le condizioni per costruire qui una vita dignitosa e un futuro professionale?
«Bisogna crederci per forza. Qui abbiamo capacità, competenze e la forza prorompente della bellezza dei luoghi. Insomma c’è tutto per dare il giusto lustro che questo luogo merita. Tuttavia se smettiamo di crederci noi stessi calabresi in primis, è finita».
Se dovessi indicare tre priorità per dare una speranza concreta ai giovani delle aree interne calabresi, quali sceglieresti?
«Rivolgendomi ai giovani direi vivete la vita dei vostri paesi attivamente, battetevi per essi e non siate pessimisti. Voi siete il futuro. Voi siete la forza. Voi siete la linfa che nutre le radici».
Molti ragazzi stanno preparando la valigia per partire. Quale messaggio vorresti lasciare a chi va via e quale, invece, alle istituzioni che da anni non riescono a creare opportunità sufficienti per fare restare i giovani in Calabria?
«Ai giovani dico che se il vostro cuore vi chiede di rimanere, “in direzione ostinata e contraria”, fatelo. Prima o poi se avrete perseveranza i vostri traguardi potrete raggiungerli anche qui.
Alle istituzioni invece chiedo di ascoltare con serietà e senso di responsabilità il grido silenzioso dei giovani di questa Calabria che se continua a spopolarsi, rischia davvero di morire. Irrimediabilmente».

