La sanità italiana attraversa una delle fasi più complesse della sua storia. Tra liste d’attesa sempre più lunghe, carenza di personale, divari territoriali, sfide poste dal Pnrr e nuove opportunità offerte dalla digitalizzazione e dall’intelligenza artificiale, il Servizio sanitario nazionale è chiamato a ripensare profondamente la propria organizzazione.

In questo contesto si inserisce il nuovo volume di Ettore Jorio, “Diritto sanitario. Ordinamento, organizzazione e finanziamento del Servizio sanitario nazionale”, pubblicato da FrancoAngeli con prefazione del ministro della Salute, Orazio Schillaci. Un’opera che rappresenta un punto di riferimento per studiosi, amministratori, professionisti e decisori pubblici, offrendo una lettura aggiornata delle trasformazioni che stanno interessando il sistema sanitario italiano.

Accanto a questo lavoro, Jorio ha recentemente approfondito anche il tema delle politiche sociosanitarie, dei Livelli essenziali di assistenza, del federalismo fiscale e del regionalismo differenziato, questioni che incidono direttamente sulla qualità e sull’universalità del diritto alla salute. E su questo torneremo successivamente.

Ecco quindi l’intervista con uno dei maggiori esperti italiani di diritto sanitario. Qui affrontiamo i nodi più urgenti della sanità italiana: dalle criticità del sistema alle prospettive di riforma, dal rapporto tra ospedale e territorio alle sfide dell’innovazione tecnologica.

Qual è stata l’esigenza principale che l’ha spinta ad aggiornare questa nuova edizione del volume?

Questo è il quinto manuale che dedico al diritto sanitario. La ragione dell’aggiornamento è semplice: il diritto sanitario è una materia in continua trasformazione e, probabilmente, una delle più instabili dell’intero ordinamento giuridico italiano. Ogni anno si susseguono leggi, decreti, regolamenti, intese Stato-Regioni, interventi della Corte costituzionale e provvedimenti amministrativi che incidono profondamente sull’organizzazione e sul funzionamento del Servizio sanitario nazionale.

Molti autori finiscono per rinunciare ad aggiornare sistematicamente la materia proprio per questa sua straordinaria mutevolezza. Il problema, tuttavia, non è soltanto la produzione normativa. Spesso assistiamo a un fenomeno ancora più grave: le riforme vengono annunciate, approvate e celebrate, ma restano in larga parte inattuate oppure vengono applicate in modo distorto rispetto alle finalità originarie.

La Calabria rappresenta, purtroppo, uno degli esempi più evidenti di questa patologia amministrativa. Da decenni si accumulano norme, piani di rientro, commissariamenti, riorganizzazioni e promesse di cambiamento che raramente producono risultati concreti per i cittadini. È anche per raccontare questa distanza tra diritto scritto e diritto vissuto che ho ritenuto necessario pubblicare una nuova edizione del volume.

Quali sono, a suo avviso, le trasformazioni più significative che il Servizio sanitario nazionale ha attraversato negli ultimi anni?

La domanda contiene già una premessa che merita di essere verificata. Più che di trasformazioni migliorative, negli ultimi anni abbiamo assistito a un progressivo deterioramento della capacità del sistema di garantire tempestivamente il diritto alla salute.

È sufficiente osservare ciò che accade quotidianamente nei pronto soccorso, divenuti luoghi di attesa e di sofferenza più che di immediata presa in carico. Oppure guardare alle liste di attesa, che spesso rinviano esami diagnostici fondamentali a molti mesi di distanza, talvolta addirittura all’anno successivo. Per non parlare della mobilità sanitaria, che continua a costringere migliaia di cittadini del Mezzogiorno a cercare cure altrove, generando costi economici e umani enormi.

Il vero paradosso italiano è che possediamo un sistema formalmente universalistico ma sempre meno universale nella sua concreta esigibilità. Sulla carta tutti hanno diritto alle medesime prestazioni; nella realtà il luogo di residenza continua a determinare differenze profonde nelle opportunità di cura.

Siamo arrivati al punto che il cittadino non cerca più soltanto una prestazione sanitaria, ma una forma di giustizia sanitaria. E questa giustizia non dovrebbe dipendere né dal codice postale né dalla capacità economica individuale.

Il libro dedica grande spazio al rapporto tra ospedale e territorio: quale modello di assistenza ritiene oggi più efficace?

Non ho alcun dubbio: il futuro della sanità passa dal territorio.

L’ospedale dovrebbe rappresentare il luogo della complessità clinica, delle emergenze e delle patologie acute. Tutto il resto dovrebbe essere gestito prima e fuori dall’ospedale attraverso una rete territoriale forte, prossima ai cittadini e capace di intercettare i bisogni di salute prima che si trasformino in emergenze.

Purtroppo accade esattamente il contrario. L’assistenza territoriale è il segmento più debole dell’intero sistema. Mancano medici di medicina generale, infermieri di famiglia, servizi domiciliari adeguati e una vera integrazione sociosanitaria. Di conseguenza, il cittadino si rivolge inevitabilmente all’ospedale anche quando non dovrebbe.

Gli ospedali diventano così il punto di raccolta di tutte le inefficienze del sistema. In questo contesto il personale sanitario ospedaliero continua a svolgere un lavoro che definire eroico non è un’esagerazione retorica. Finita l’emergenza pandemica, molti professionisti continuano a operare in condizioni di forte stress organizzativo e con organici spesso insufficienti.

La vera riforma sarebbe spostare il baricentro della sanità verso il territorio. Ma per fare questo non bastano le inaugurazioni o le targhe sulle nuove strutture: servono professionisti, organizzazione e risorse stabili.

In che modo Pnrr e digitalizzazione possono davvero migliorare l’organizzazione sanitaria, senza restare soltanto obiettivi sulla carta?

Il rischio che tutto rimanga sulla carta è molto più elevato di quanto si voglia ammettere.

Il Pnrr è stato presentato come l’occasione irripetibile per rifondare il Servizio sanitario nazionale. In realtà, buona parte degli interventi previsti ripropone soluzioni organizzative discusse da oltre trent’anni e mai realmente attuate. Case della comunità, ospedali di comunità, centrali operative territoriali: strumenti teoricamente condivisibili, ma che rischiano di trasformarsi in semplici contenitori vuoti.

Una struttura sanitaria non cura perché esiste un edificio. Cura se dispone di medici, infermieri, professionisti della riabilitazione, assistenti sociali, tecnologie e organizzazione. Oggi il problema principale non è la mancanza di muri ma la carenza di personale e di programmazione.

In molte realtà territoriali si stanno recuperando immobili esistenti, spesso semplicemente ridenominati, senza che vi sia una reale disponibilità di operatori da collocarvi. Il rischio è quello di moltiplicare le insegne senza aumentare i servizi.

La sanità italiana avrebbe invece bisogno di una grande riforma strutturale, capace di affrontare le questioni che la politica rinvia da anni: il rapporto tra ospedale e territorio, il reclutamento del personale, la revisione dei modelli organizzativi, l'integrazione sociosanitaria e il superamento delle profonde disuguaglianze regionali.

Quanto alla digitalizzazione, il discorso è diverso. Essa rappresenta una straordinaria opportunità, ma soltanto se utilizzata come strumento e non come slogan. Digitalizzare il disordine significa semplicemente produrre un disordine più veloce. Prima occorre organizzare i processi, poi informatizzarli. Per questa ragione ho dedicato ampio spazio nel volume ai temi del fascicolo sanitario elettronico, della telemedicina, dell'interoperabilità dei sistemi informativi e dell'intelligenza artificiale. La tecnologia può migliorare la sanità, ma non può sostituire la buona amministrazione.

Quali rischi e opportunità vede nell’ingresso dell’intelligenza artificiale nella programmazione sanitaria e nel rapporto medico-paziente?

L'intelligenza artificiale rappresenta probabilmente la più grande rivoluzione organizzativa che il sistema sanitario si troverà ad affrontare nei prossimi decenni. Per questo motivo occorre guardarla senza pregiudizi ma anche senza ingenuità.

L'opportunità è evidente. Sistemi avanzati di analisi dei dati potranno migliorare la diagnosi precoce, supportare le decisioni cliniche, ottimizzare l'impiego delle risorse e contribuire a una programmazione sanitaria più razionale. Potranno inoltre aiutare a prevedere l'evoluzione dei bisogni di salute della popolazione e a orientare meglio gli investimenti pubblici.

Il rischio nasce però da una domanda preliminare: su quali dati verranno costruiti questi modelli?

Se i dati di partenza sono incompleti, distorti o raccolti male, anche le elaborazioni più sofisticate produrranno risultati sbagliati. L'intelligenza artificiale non crea conoscenza dal nulla; amplifica la qualità o la cattiva qualità delle informazioni disponibili.

In Calabria, ad esempio, non è mai stata realizzata una seria rilevazione epidemiologica territoriale in grado di fotografare realmente i bisogni di salute della popolazione. Se si programma il futuro sulla base di dati incompleti o approssimativi, si rischia di automatizzare l'errore anziché correggerlo.

Quanto al rapporto medico-paziente, non credo che l'intelligenza artificiale possa sostituire la relazione umana. La medicina non è soltanto scienza, ma anche ascolto, comprensione, fiducia e responsabilità. Un algoritmo può suggerire una diagnosi o una terapia; non può assumersi la responsabilità morale della cura né costruire quel rapporto umano che spesso rappresenta una parte essenziale del percorso terapeutico.

Per questo motivo ritengo che il futuro non sarà caratterizzato dalla sostituzione del medico da parte dell'intelligenza artificiale, ma dalla capacità dei professionisti migliori di utilizzare questi strumenti senza rinunciare alla centralità della persona. La vera sfida sarà mantenere l'uomo al centro della medicina anche nell'epoca delle macchine intelligenti.

Battista Bruno