Disattenzione, iperattività e impulsività i tre sintomi principali. Il ruolo fondamentale del dialogo scuola famiglia. La specialista: «I primi segnali compaiono proprio tra i banchi»
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Comprendere e riconoscere l’ADHD è oggi una delle sfide più importanti nell’ambito dei disturbi del neurosviluppo. Un tema che riguarda molte famiglie e che richiede attenzione, informazione e strumenti adeguati. A parlarne è la psicologa e psicoterapeuta cognitivo-comportamentale Emanuela Virardi, da anni impegnata nella valutazione neuropsicologica e nel potenziamento cognitivo.
Nel corso della sua attività professionale, la dottoressa Virardi ha collaborato con alcune importanti realtà sanitarie, tra cui il Policlinico Gemelli e Villa Stuart a Roma, occupandosi in particolare di clinica della memoria, invecchiamento cerebrale e disturbi cognitivi. Un percorso che le ha permesso di sviluppare competenze approfondite nell’analisi del funzionamento cognitivo e nell’individuazione delle difficoltà legate all’attenzione e alle funzioni esecutive.
Nella pratica clinica quotidiana utilizza test neuropsicologici standardizzati e colloqui clinici per valutare il profilo cognitivo ed emotivo dei pazienti. Un approccio che si rivela particolarmente utile anche nell’inquadramento dell’ADHD, sia nei bambini sia negli adulti.
L’ADHD, acronimo di Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività, è infatti uno dei disturbi del neurosviluppo più diffusi. «Si tratta di una condizione piuttosto frequente – spiega la dottoressa Virardi – che riguarda circa il 4-5% dei bambini».
I sintomi principali sono tre: disattenzione, iperattività e impulsività. Tuttavia non è necessario che si presentino tutti contemporaneamente. «Non sempre i tre sintomi sono presenti insieme – chiarisce la psicoterapeuta – ma quando almeno due di questi aspetti si manifestano in modo persistente per diversi mesi e interferiscono con la vita quotidiana, è importante approfondire la situazione».
Per poter parlare di ADHD, infatti, i segnali devono essere presenti per almeno sei mesi e comparire in più contesti di vita, come la scuola e l’ambiente familiare. La diagnosi richiede una valutazione specialistica accurata.
Il primo punto di riferimento per le famiglie è solitamente il neuropsichiatra infantile, lo specialista che può avviare il percorso diagnostico e indicare eventuali interventi. Tuttavia, spesso i primi segnali emergono proprio tra i banchi di scuola.
«Molte volte sono gli insegnanti ad accorgersi per primi che qualcosa non va – spiega Virardi – perché osservano i bambini per molte ore al giorno e in diverse attività». Difficoltà a mantenere l’attenzione, agitazione motoria o comportamenti impulsivi possono rappresentare alcuni dei campanelli d’allarme che spingono la scuola a confrontarsi con la famiglia.
È proprio da questo dialogo tra insegnanti e genitori che spesso nasce il percorso di approfondimento. Gli insegnanti segnalano ciò che osservano in classe, mentre i genitori possono verificare se le stesse difficoltà si manifestano anche a casa.
Un passaggio fondamentale, perché riconoscere precocemente l’ADHD permette di intervenire con maggiore efficacia, offrendo al bambino strumenti e strategie utili per gestire le difficoltà e valorizzare le proprie capacità.
La dottoressa Virardi è anche autrice del manuale “Crescere con l’ADHD. Guida per genitori consapevoli”, un libro pensato per aiutare le famiglie a comprendere meglio il disturbo e ad affrontarlo con maggiore consapevolezza, fornendo indicazioni pratiche per la vita quotidiana.
Perché, come sottolineano molti specialisti, conoscere il disturbo è spesso il primo passo per trasformare una difficoltà in un percorso di crescita.

