Ha quattro anni e, secondo quanto racconta la madre, ne ha trascorsi tre aspettando di poter accedere attraverso il servizio convenzionato ai percorsi di logopedia e psicomotricità di cui necessita.

È la storia di una bambina con sindrome di Down e della sua famiglia, che da Cosenza lancia un appello alla sanità pubblica dopo quella che descrive come un’attesa ormai diventata incompatibile con le esigenze di crescita della piccola.

«Siamo in attesa da ben tre anni presso i vari centri convenzionati di Cosenza e provincia. Tre anni su quattro anni di vita di mia figlia», scrive la madre in una lettera nella quale chiede un intervento delle istituzioni sanitarie.

«Un tempo che per una bambina pesa ancora di più»

Il punto sollevato dalla famiglia riguarda soprattutto la tempestività. Percorsi come logopedia e psicomotricità, nella prospettiva dei genitori, non possono essere continuamente rinviati perché accompagnano fasi dello sviluppo nelle quali il fattore tempo assume un peso particolare.

«È un tempo infinito, un ritardo inaccettabile che sta letteralmente rubando a una bambina piccolissima la possibilità di fare i progressi di cui ha diritto», sostiene la madre.

La denuncia riguarda dunque non soltanto l’esistenza delle liste d’attesa, ma l’effetto che tempi così lunghi possono produrre sulla continuità del percorso riabilitativo.

La famiglia ricorre al privato

Per evitare ulteriori rinvii, i genitori hanno scelto di rivolgersi a professionisti privati.

Una decisione che, però, comporta costi molto elevati. Secondo quanto riferisce la madre, ogni ora di logopedia costa 45 euro e altrettanto un’ora di psicomotricità. Con più sedute settimanali, la spesa familiare può superare i mille euro al mese.

«Com’è possibile per una famiglia normale affrontare costi simili?», domanda.

E aggiunge: «La tutela della salute e il sostegno alla disabilità non possono e non devono diventare un privilegio per pochi facoltosi».

«Non chiedo favori, ma risposte»

La richiesta è rivolta direttamente al Servizio sanitario affinché venga trovata una soluzione che consenta alla bambina di proseguire le terapie senza costringere la famiglia a sostenerne integralmente il costo.

«Con questa lettera non chiedo favori, ma esigo risposte», scrive la donna.

La madre chiede in particolare che vengano affrontate le liste d’attesa e che siano valutati gli strumenti eventualmente disponibili per garantire le prestazioni quando il sistema pubblico o convenzionato non riesce a offrirle in tempi compatibili con le necessità assistenziali.

Sul punto dei rimborsi per prestazioni private, infatti, modalità e condizioni non sono automatiche e dipendono dalla tipologia di prestazione e dalle procedure previste dal Servizio sanitario: sarà quindi necessario verificare quali possibilità siano concretamente applicabili al caso.

Il nodo delle famiglie lasciate davanti alle liste d’attesa

La vicenda pone una questione che va oltre il singolo caso: cosa accade quando una famiglia riceve l’indicazione di un percorso terapeutico ma non riesce ad accedervi per anni?

Chi dispone delle risorse economiche può rivolgersi al privato. Chi non può permetterselo rischia invece di trovarsi davanti a una scelta molto più difficile.

Ed è proprio su questa disparità che la madre concentra il proprio appello: «Mia figlia non può più aspettare i vostri tempi burocratici».

Una richiesta che ora attende una risposta da parte delle strutture sanitarie competenti, chiamate a chiarire tempi, disponibilità e possibili soluzioni per garantire continuità al percorso della bambina.