Si allarga l’inchiesta nel Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise: trovati 21 lupi morti, insieme a volpi e una poiana. Paura anche per l’orso bruno marsicano
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La strage dei lupi avvelenati in Abruzzo assume contorni sempre più gravi e inquietanti. Nel giro di pochi giorni il bilancio è salito ad almeno 21 esemplari morti, in un quadro che coinvolge cinque comuni del Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise e che fa temere la presenza diffusa di altri bocconi killer ancora non individuati. Non si tratta più di episodi isolati. La moltiplicazione dei ritrovamenti, la presenza di specie diverse morte negli stessi contesti e il rinvenimento di esche imbottite di sostanze tossiche rafforzano l’ipotesi di un avvelenamento seriale, probabilmente pianificato.
Le ultime carcasse sono state trovate tra Pescasseroli, Bisegna e Barrea, insieme a tre volpi e a una poiana. Le prime tredici, invece, erano state rinvenute tra Alfedena, Pescasseroli e Corcumello, frazione di Capistrello. Un’area vasta, dunque, dentro cui si muove un’indagine sempre più delicata e complessa.
Bocconi killer e fitofarmaci: l’ipotesi dell’avvelenamento seriale
Le analisi di laboratorio stanno dando le prime conferme. Per uccidere i lupi sarebbero stati utilizzati fitofarmaci impiegati in agricoltura, sostanze facilmente reperibili ma altamente letali. In alcuni casi i prodotti sarebbero già stati individuati e isolati.
A spiegare il metodo seguito dagli esperti è Giancarlo Scortichini dell’Istituto zooprofilattico di Teramo, che al quotidiano Il Centro ha dichiarato: «Partiamo con un’analisi a largo spettro che prevede la ricerca di novanta sostanze diverse». Lo stesso Scortichini ha aggiunto che «solitamente si tratta di sostanze che si trovano in commercio, di vecchia generazione, che non sono più usate in agricoltura ma circolano ancora. Potrebbe trattarsi di vecchi depositi di queste sostanze».
Le prime risultanze confermano quindi un uso consapevole di sostanze tossiche, inserite nei bocconi per colpire in modo diretto la fauna selvatica.
Trovati undici bocconi avvelenati
Dai primi accertamenti, svolti anche con il supporto del Nucleo cinofilo antiveleno del Parco d’Abruzzo, erano già emersi elementi compatibili con la presenza di esche tossiche. L’ipotesi è poi diventata ancora più concreta con il ritrovamento e il sequestro di undici bocconi imbottiti di sostanze altamente nocive.
Le carcasse degli animali e il materiale recuperato sono stati posti sotto sequestro e messi a disposizione della magistratura. Dagli uffici del Parco, citati sempre da Il Centro, è arrivata una valutazione netta: «Il quadro che emerge è gravissimo». E ancora: «Anche se in alcune aree non sono stati ancora rinvenuti bocconi avvelenati o reperti che fanno chiaramente pensare all’avvelenamento, la presenza di più specie morte negli stessi contesti rende fortissimo il sospetto che ci si trovi di fronte ad altri episodi di avvelenamento».
È questa la parte forse più allarmante dell’intera vicenda: il fenomeno potrebbe essere più ampio di quanto oggi già si conosca.
Sacchetti di plastica e tracce sul sentiero: caccia ai responsabili
Gli investigatori stanno lavorando anche sugli elementi materiali lasciati sul posto. Secondo quanto emerso, i veleni sarebbero stati inseriti in bocconi di carne, poi sigillati in sacchetti di plastica. Un dettaglio che allontana ogni dubbio sulla natura accidentale dei decessi e rafforza l’idea di un gesto premeditato.
Proprio i sacchetti potrebbero ora trasformarsi in un elemento decisivo per le indagini. Gli esperti stanno esaminando le pellicole plastiche nella speranza di isolare tracce utili, mentre sul terreno si cercano impronte o altri segni lasciati lungo i sentieri. L’obiettivo è risalire agli autori di quella che appare sempre più come una vera e propria strage organizzata.
L’ipotesi di un’azione coordinata
Con l’aumento dei ritrovamenti si fa strada anche una pista investigativa ancora più pesante: quella di un’azione coordinata da più persone. I nuovi episodi hanno allargato il raggio dell’inchiesta giudiziaria. Un fascicolo è stato aperto dalla Procura di Avezzano per le carcasse rinvenute a Bisegna, mentre un altro è stato avviato dalla Procura di Sulmona.
L’ipotesi di reato è uccisione ingiustificata di animali. Intanto è stato costituito un gruppo interforze che coinvolge il direttore del Parco, gli agenti di polizia giudiziaria della procura sulmonese, i carabinieri forestali e i guardia-parco, con controlli rafforzati nelle aree montane. L’obiettivo è duplice: proteggere la fauna e innalzare il livello di prevenzione prima che il bilancio possa aggravarsi ulteriormente.
A rischio anche l’orso bruno marsicano
La vicenda non riguarda soltanto i lupi. Gli ecologisti avvertono che questi episodi mettono in pericolo anche la sopravvivenza dell’orso bruno marsicano, specie rarissima che vive nelle stesse aree colpite dalla strage e conta ormai poche decine di esemplari.
Il Wwf ha ricordato che il ministero della Salute, con un’ordinanza del 2025, ha ribadito il divieto di utilizzo e abbandono di esche e bocconi avvelenati, proprio per il serio rischio non solo per la fauna selvatica, ma anche per la popolazione umana e per l’ambiente.
Ancora più duro il giudizio di Legambiente, che ha chiesto l’attivazione di un tavolo nazionale a Pescasseroli per la tutela della fauna e della sicurezza. L’associazione ha parlato di «pagina più brutta del nostro Paese» e di una «vergogna nazionale», sottolineando come questa strage rischi di compromettere anche il lavoro di tutela della biodiversità svolto dal Parco nel corso degli anni.

