Nel nuovo filone investigativo coordinato dalla Dda di Catanzaro compare anche la piazza di spaccio di Cosenza, descritta – secondo quanto riportato negli atti – come un mercato che “non tanto piace” a chi si muove nel circuito del traffico di stupefacenti. È uno dei passaggi emersi nelle intercettazioni confluite nell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip distrettuale Arianna Roccia e svolte con il contributo della Squadra Mobile di Vibo Valentia.

Il “capo in disamina” e il ruolo del presunto canale di rivendita

Nel provvedimento è stato richiamato un capo d’imputazione che riguarda detenzione di ingenti quantitativi di droga e plurime cessioni, ritenute dagli inquirenti quasi quotidiane, in favore di un indagato che – secondo la ricostruzione accusatoria – avrebbe poi rivenduto lo stupefacente in diverse piazze italiane, tra cui Cosenza, oltre a Reggio Calabria, Bologna e Roma.

La gravità indiziaria, sempre secondo l’ordinanza, sarebbe sostenuta soprattutto dal contenuto di conversazioni captate e da una serie di riferimenti che gli indagati farebbero, di volta in volta, alla tipologia della sostanza, alle quantità movimentate e alle modalità operative del presunto traffico.

Cosa “raccontano” gli atti: qualità, quantitativi e logistica

Nel quadro delineato dalla misura cautelare, gli interlocutori (Damiano Mamone, Michele Idà, Marco Idà, Franco Idà, Filippo Mazzotta e Domenico Tassone), parlerebbero di marijuana descritta come “di qualità”, distinguendo più varianti e facendo riferimento a nomi commerciali e a segni identificativi. Gli atti menzionano anche l’invio di fotografie della sostanza.

Sul fronte delle quantità, le conversazioni richiamate nel provvedimento parlerebbero di carichi importanti, con consegne nell’ordine di alcuni chili e, in altri passaggi, di numeri più elevati (fino a decine di chili), con una pianificazione a “più passaggi” per limitare i rischi del trasporto.

Gli stessi dialoghi – sempre nella lettura investigativa – toccherebbero anche il tema dei prezzi, dei pagamenti e delle condizioni poste per consegnare la merce, evidenziando una particolare attenzione al rischio che il carico possa “cadere” lungo la strada.

“Cosenza centro non mi piace”: il passaggio sulla piazza cosentina

Tra i riferimenti che compaiono nelle intercettazioni, l’ordinanza riporta anche un passaggio in cui uno degli indagati esprime scetticismo sul “circuito di Cosenza centro”, ritenuto poco gradito come canale di commercio. Un elemento che, per la Procura, si inserirebbe nel quadro più ampio delle piazze in cui la sostanza sarebbe stata collocata.

Le cautele: timori di controlli, “microspie” e attenzione alle telecamere

Un capitolo specifico del provvedimento riguarda le cautele adottate dagli indagati: nelle conversazioni si parlerebbe di timori di controlli, della possibilità di essere ascoltati e della necessità di ridurre le comunicazioni, fino a ipotizzare la presenza di microspie e di controlli “in auto” o nei luoghi dove i telefoni venivano ricaricati.

Sempre secondo quanto riportato negli atti, ci sarebbero anche richiami a telecamere presenti in alcune aree e alla necessità di muoversi con prudenza subito dopo determinate consegne.

I ruoli nel presunto gruppo: chi tratta e chi aiuterebbe nei trasporti

Nella ricostruzione contenuta nell’ordinanza, alcuni indagati vengono indicati come interlocutori principali nelle trattative e nell’organizzazione delle consegne, mentre altri sarebbero descritti come soggetti chiamati a fornire supporto logistico, in particolare per il trasporto o per aspetti pratici legati agli spostamenti.

Un ulteriore dialogo richiamato nel provvedimento viene presentato come significativo della stabilità dei rapporti tra un indagato e il gruppo ritenuto “centrale” nell’inchiesta: in quella conversazione emergerebbe l’idea di una contrapposizione tra “noi” e “altri”, letta dagli inquirenti come indice di appartenenza e consolidamento del legame.