Nel luogo in cui l’imprenditore venne ucciso per essersi opposto al pizzo, istituzioni, familiari, studenti e associazioni hanno ricordato il suo coraggio. Il figlio Pierluigi: «Per me papà non era un simbolo, era un uomo che amava il suo lavoro, questa terra e la sua famiglia»
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«Per me papà non era un simbolo della lotta alla ’ndrangheta, era semplicemente un uomo che amava il suo lavoro, questa terra e la sua famiglia». Le parole di Pierluigi Ferrami hanno aperto la commemorazione dedicata a Lucio Ferrami, ucciso 45 anni fa ad Acquappesa dopo essersi rifiutato di pagare il pizzo.
La cerimonia si è svolta il 27 ottobre nel luogo dell’agguato, oggi indicato dal bivio che dall’anno scorso porta il nome dell’imprenditore. Qui l’Associazione Antiracket Mani Libere di Cosenza, intitolata proprio a Ferrami, aveva già deposto dodici anni fa una targa commemorativa.
Un appuntamento che ogni anno rinnova il ricordo di un uomo che scelse di non piegarsi alla richiesta estorsiva e di denunciare.
«Ha detto no a un compromesso che per molti era normale»
«Era un imprenditore – ha ricordato il figlio – e quando gli hanno chiesto di pagare il pizzo, di accettare quel compromesso che per molti era normale, ha detto no».
Quest’anno la memoria di Ferrami è stata affidata anche a un gesto simbolico: la piantumazione di un ulivo.
«Abbiamo scelto di non affidare il suo nome soltanto alle parole ma anche alla terra – ha spiegato Pierluigi Ferrami –. L’ulivo è una pianta resistente alle intemperie, che affonda le sue radici nella terra che Lucio Ferrami ha amato e scelto. Ogni sua foglia ricorderà a chiunque passi che la pace si costruisce dicendo no alla sopraffazione e sì alla dignità di tutti».
Istituzioni e forze dell’ordine al fianco della famiglia
La cerimonia, preceduta dalla deposizione di due corone di fiori, ha visto la partecipazione delle principali autorità civili e militari del territorio.
Presenti il prefetto di Cosenza Rosa Maria Padovano, il questore Antonio Borelli, il comandante provinciale dei Carabinieri Andrea Mommo e il comandante provinciale della Guardia di Finanza Natale Giordano.
Accanto a loro la vedova Maria Avolio, il figlio Pierluigi, la sorella Franca Ferrami e i componenti dell’Associazione Antiracket.
Lucio Ferrami, originario di Cremona, aveva scelto la Calabria come luogo in cui vivere e lavorare.
Gli studenti: «Ricordarlo significa diventare cittadini migliori»
Alla commemorazione ha partecipato anche una rappresentanza della classe terza dell’istituto comprensivo di Guardia Piemontese, accompagnata dal dirigente scolastico Massimo Lattari e da un’insegnante.
Le studentesse hanno letto un testo preparato in classe.
«Per noi ragazzi del plesso di Acquappesa essere qui è una bellissima opportunità di crescita. Il ricordo del signor Ferrami è stata l’occasione per parlare in classe di coraggio: quello che l’ha portato a lasciare la sua terra per trasferirsi in Calabria, di opporsi ai soprusi e alle prepotenze, di rivendicare il proprio diritto a vivere la vita nel segno della legalità».
E ancora: «Ricordarlo significa impegnarci a essere cittadini migliori e fare del nostro meglio per rendere la nostra società un posto più bello in cui crescere».
I sindaci: «Essere degni del suo esempio»
Alessio Cassano, dell’Associazione Antiracket di Cosenza, ha introdotto gli interventi istituzionali dei sindaci di Acquappesa Francesco Tripicchio, di Paola Roberto Perrotta, di Cetraro Giuseppe Aieta e dell’assessore del Comune di Guardia Piemontese Gabriella Sconosciuto.
Tripicchio ha annunciato la volontà di coinvolgere maggiormente giovani e scuole in progetti dedicati alla legalità. Per Perrotta, il compito delle istituzioni è quello di essere degne dell’esempio lasciato da Ferrami e mantenerne viva la memoria.
Aieta ha ricordato anche Giannino Losardo, altra vittima innocente della violenza criminale, mentre Sconosciuto ha parlato di una ferita ancora aperta per la comunità, invitando gli studenti a non dimenticare queste storie.
Sul valore della memoria è intervenuta anche Franca Ferrami, oggi referente del Presidio di Libera di Cosenza, presente insieme al referente del Presidio di Corigliano-Rossano Eugenio Fusaro.
«Il malaffare si combatte anche sui banchi di scuola»
Nel suo intervento, don Ennio Stamile ha richiamato la necessità della collaborazione dei cittadini e della responsabilità civica, sottolineando come il silenzio possa trasformarsi in una forma di complicità.
Particolarmente netto anche il messaggio del prefetto Rosa Maria Padovano.
«Lucio Ferrami era una persona normale, che si auspicava una vita lunga insieme alla famiglia e nella sua attività, ma è stato capace di compiere un gesto di grande eroismo e senso etico». Un esempio che, secondo il prefetto, deve diventare soprattutto un messaggio per le nuove generazioni.
«I ragazzi devono abbandonare il concetto terribilmente falso che la lotta al malaffare sia compito solo delle istituzioni e delle forze dell’ordine. Il malaffare si combatte anche sui banchi di scuola».
E ancora: «Non è più accettabile l’idea che è sempre stato così e che nulla può cambiare. Si può e si deve cambiare».

