L’arcivescovo di Bari-Bitonto presiede la celebrazione e richiama la comunità alla speranza, all’accoglienza e all’impegno sociale
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Un ritorno carico di ricordi, affetto e gratitudine, ma soprattutto un invito a non rimanere prigionieri del passato e a riconoscere quanto Dio continua a far germogliare nel presente. La Festa diocesana della Madonna Achiropita ha riportato monsignor Giuseppe Satriano nella comunità di Rossano-Cariati, della quale è stato arcivescovo.
Nella serata del 12 agosto, l’attuale arcivescovo di Bari-Bitonto ha presieduto la solenne concelebrazione eucaristica dedicata alla patrona dell’Arcidiocesi.
Ad accoglierlo sono stati monsignor Maurizio Aloise, il presbiterio e la comunità diocesana. La celebrazione è diventata così un momento di fede e comunione, ma anche l’occasione per rinnovare un legame umano ed ecclesiale che il tempo e la distanza non hanno cancellato.
Il saluto dell’arcivescovo Maurizio Aloise
Nel messaggio di benvenuto, monsignor Aloise ha ricordato il cammino condiviso da Satriano con le comunità della diocesi e il rapporto di fraternità costruito negli anni.
«Un saluto particolarmente grato e riconoscente rivolgo a Sua Eccellenza Reverendissima l’Arcivescovo di Bari-Bitonto, Mons. Giuseppe Satriano, già Arcivescovo di Rossano-Cariati, che ringrazio di cuore per aver accolto il nostro invito e per aver voluto essere con noi questa sera».
«La sua presenza è per noi motivo di gioia e di comunione e ci permette di vivere ancora una volta quel legame di affetto e di fraternità che non viene meno con il passare del tempo».
Parole alle quali Satriano ha risposto manifestando la propria emozione per il ritorno in una Chiesa che ha accompagnato durante una parte importante del suo ministero episcopale.
Satriano: «Ritornare tra voi è motivo di profonda commozione»
All’inizio dell’omelia, l’arcivescovo di Bari-Bitonto ha richiamato i volti, i luoghi e le vicende incontrati negli anni trascorsi a Rossano-Cariati.
«Ritornare oggi tra voi, nella festa della Vergine Achiropita, è per me motivo di profonda commozione», ha affermato.
Nel suo ricordo sono entrati i «volti cari», le storie condivise, le fatiche, le attese e le speranze della comunità diocesana.
Rivolgendosi direttamente a monsignor Aloise, Satriano ha aggiunto: «Grazie don Maurizio per la tua vicinanza fraterna e cara. È bello per me essere qui».
Una Chiesa chiamata a guardare avanti
Al centro dell’omelia è stata posta l’immagine di una Chiesa che non si ripiega nostalgicamente sul passato, ma mantiene la capacità di riconoscere l’opera nuova di Dio.
Commentando il libro del profeta Isaia, Satriano ha richiamato la promessa: «Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?».
La memoria, nella prospettiva indicata dall’arcivescovo, non deve diventare un luogo nel quale rifugiarsi per sottrarsi al presente. Deve invece alimentare la fiducia e offrire la forza necessaria per affrontare il futuro.
«La memoria biblica non è mai un rifugio nel passato, ma forza per aprirsi al futuro», ha sottolineato Satriano.
Da qui la domanda rivolta alla comunità: «Abbiamo ancora occhi capaci di accorgercene?».
I deserti delle famiglie, dei giovani e delle comunità
Il riferimento al deserto attraversato dal popolo biblico è stato collegato alle difficoltà vissute dalle famiglie, dai giovani, dalla società e dalle stesse comunità ecclesiali.
Per Satriano, anche nei periodi segnati dalla fatica e dallo smarrimento Dio continua ad aprire strade e a far scorrere fiumi.
«Dio continua a fare cose nuove nella nostra vita», ha ricordato l’arcivescovo, invitando i fedeli a non cedere alla rassegnazione e a riconoscere i segni di speranza presenti nella realtà.
Maria come spazio nel quale Dio può operare
Il cuore della riflessione si è concentrato successivamente sulla figura di Maria e sul significato del Magnificat.
Commentando le parole di san Paolo, «Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna», Satriano ha sottolineato la scelta divina di entrare nella storia attraverso la concretezza e la fragilità di una donna.
«Maria diventa lo spazio nel quale Dio può lavorare», ha affermato.
Il Magnificat mostra, secondo l’arcivescovo, che Maria non celebra quanto lei stessa è riuscita a realizzare, ma riconosce «ciò che Dio ha fatto in lei».
Da questo passaggio deriva una precisa indicazione per la vita dei credenti: «La fede non consiste anzitutto nel moltiplicare ciò che facciamo per Dio, ma nel lasciare che Dio faccia qualcosa di vero in noi».
«Maria è grande perché fa spazio»
La grandezza della Vergine, ha spiegato Satriano, risiede nella sua disponibilità ad accogliere il progetto di Dio senza pretendere di governarne tempi e modalità.
«Maria è grande perché fa spazio», ha evidenziato.
La Vergine si consegna, accoglie e permette a Dio di operare. Quando ciò accade, ha osservato l’arcivescovo, «quella vicenda personale diventa storia di salvezza».
È da questa disponibilità che prende forma anche il significato più profondo della devozione dell’Arcidiocesi verso la Madonna Achiropita.
L’Achiropita nella storia della comunità
La Vergine Achiropita, ha ricordato Satriano, «è entrata nella carne di questa terra».
Per generazioni, uomini e donne le hanno affidato figli, famiglie, malattie, raccolti, partenze e ritorni. Una devozione popolare alimentata da lacrime, gratitudine, domande e speranze e profondamente radicata nella storia del territorio.
Durante l’omelia è stata ricordata anche la drammatica alluvione che il 12 agosto 2015 colpì Rossano e la costa ionica. La tragedia non provocò vittime e la comunità lesse in quella circostanza anche un segno della protezione e dell’intercessione materna dell’Achiropita.
Satriano ha però avvertito che la devozione non può ridursi alla richiesta di essere preservati dal male o sottratti alle difficoltà della storia.
«Maria non è un riparo che ci sottrae alla storia. È una Madre che ci rimette dentro la storia con uno sguardo diverso».
La devozione che conduce alle ferite della Calabria
La fede nell’Achiropita, secondo l’arcivescovo, deve tradursi nell’attenzione verso il prossimo e nell’impegno davanti alle sofferenze della società.
«Maria non conduce a sé stessa, conduce sempre a Cristo. Conduce verso il fratello. Conduce là dove la vita chiede di essere custodita», ha affermato Satriano.
Invocare la Vergine e rimanere indifferenti davanti alle ferite della Calabria rappresenterebbe, quindi, una contraddizione. Nell’omelia sono stati richiamati il lavoro che manca, l’allontanamento dei giovani, le fragilità familiari, la solitudine degli anziani e le disuguaglianze.
Lo sguardo della Chiesa deve rivolgersi anche alla difficoltà di generare futuro e all’illegalità e al malaffare capaci di sedurre le coscienze.
«Affacciarsi con Maria al balcone del futuro»
Il Magnificat diventa così una chiave per leggere la realtà senza ignorarne le ferite, ma anche senza consegnarsi alla sfiducia.
«Pregare il Magnificat significa affacciarsi con Maria al balcone del futuro, certi che questo mondo porta già in grembo un mondo nuovo», ha spiegato Satriano.
Alla Chiesa di Rossano-Cariati viene affidato il compito di continuare a sperare, accompagnando ciò che sta nascendo e riconoscendo l’opera di Dio anche nelle situazioni apparentemente prive di prospettive.
L’invito finale: «Lasciar lavorare Dio»
Nella conclusione dell’omelia, l’arcivescovo di Bari-Bitonto ha consegnato alla comunità un augurio e una precisa indicazione spirituale.
«È forse questo il dono da chiedere oggi per questa vostra amata Chiesa, che sento cara al mio cuore: lasciar lavorare Dio», ha affermato.
Il significato del nome Achiropita, “non fatta da mano d’uomo”, diventa nella sua riflessione una chiave per comprendere la vocazione della comunità cristiana.
«Ci ricorda che le cose più grandi della vita non sono soltanto il prodotto delle nostre mani. Sono dono. Sono opera dell’Altissimo. Sono grazia di Dio. Ma questa grazia chiede cuori disponibili».
L’ultimo invito è diventato una preghiera per il cammino futuro dell’intera Arcidiocesi.
«L’Achiropita ci insegni questo: quando smettiamo di voler fare tutto da noi e lasciamo spazio a Dio, anche il deserto può diventare strada, anche una ferita può diventare grembo, anche la nostra storia può diventare Magnificat».
La celebrazione si è conclusa con una benedizione rivolta alla comunità e al suo pastore: «Dio benedica l’Arcidiocesi di Rossano-Cariati con il suo pastore, doni a tutti e ciascuno gioia e salute. Buona vita… Evviva Maria!».

