Sono bastate un paio di pagine del nuovo libro di Massimo D’Alema e un curioso aneddoto su quell’oceanico comizio per rispolverare il discorso dello storico segretario del Pci. È più attuale che mai: è passato mezzo secolo ma i guai della Calabria sono gli stessi...
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Enrico Berlinguer a Cosenza nel 1976 (foto tratta dal web)
Quando c’era Berlinguer. Un altro mondo, un altro secolo, altri colori. Rosso vivo, fiero, come quel mare di bandiere che a Cosenza, ben prima delle ore 19 del 30 maggio 1976, garrivano orgogliose al vento. Una piazza Fera (oggi Bilotti) gremita all'inverosimile e pulsante di passione popolare. Il segretario del Partito Comunista volle e tenne uno storico comizio in città, alle soglie di quelle elezioni politiche che, appena tre settimane dopo, avrebbero consegnato il risultato più alto di sempre a una formazione della sinistra italiana.
Qualcuno sognava ad occhi aperti il sorpasso sulla Democrazia Cristiana - un sogno accarezzato e sfiorato fin dalle precedenti Amministrative - mancato poi soltanto per una manciata di voti. Tuttavia, in diversi centri della provincia bruzia, il PCI infranse con forza il muro del 50%, rivendicando una centralità democratica degna della Red Bologna, di Reggio Emilia o della Stalingrado d'Italia, Sesto San Giovanni (dove si attestò al 45%).
Sono bastate un paio di pagine d'un libro e un aneddoto legato alla fervida preparazione di quel pomeriggio a riavvolgere all'indietro il nastro della memoria di tanti compagni: allora ragazzi poco più che ventenni e appassionati, oggi militanti attempati che portano ancora quei valori nel cuore. Il libro di Massimo D’Alema “Eravamo comunisti” (Feltrinelli editore) ha rappresentato per loro soprattutto un'intensa occasione per rispolverare l’album dei ricordi e delle battaglie di un tempo.
D’Alema, Berlinguer e l’aneddoto sul comizio di Cosenza
L’ex premier racconta nel suo volume che da segretario della Federazione Giovanile Comunista Italiana (FGCI) arrivava presto nella sede di via della Vite a Roma. «Una volta giunse una telefonata in Segreteria - scrive -. Era un compagno, mi spiegarono, che voleva parlare con qualcuno dell’organizzazione per avere informazioni. Mi feci passare la telefonata, anche se a quell’ora, tra la pressione bassa e la lettura dei giornali, il mio umore non era alle stelle. Il compagno al telefono voleva sapere come era organizzata la manifestazione di Cosenza, quanti pullman erano previsti, da dove arriveranno i giovani… a un certo punto lo interruppi: “Senti compagno, tra un po’ arriva Guerzoni che può darti tutte le informazioni. Io sarei D’Alema e ho anche da fare”».
«Ci fu un silenzio imbarazzato - ricorda - poi arrivò la sua risposta: “Io sarei Berlinguer. E anche io, dopo, avrei da fare”. Mi ci volle un certo tempo per riprendermi dallo choc. Non pago di ciò, feci anche l’errore di raccontarlo finendo per essere preso in giro per settimane. “Sarei Berlinguer se non disturbo” diventò un mantra all’interno di un gruppo di ragazzi lavoratori e di talento, ma pur sempre ragazzi».
Pugni chiusi al cielo
Aprì il comizio il segretario regionale Franco Ambrogio, che da lì a poco sarebbe stato eletto alla Camera per la prima di tre volte, rimanendo tra i banchi di Montecitorio per 11 anni, fino al 1987. Prese in mano il microfono anche Corinna Cristiana Volpi, che non ebbe la stessa fortuna alle urne. Poi toccò finalmente ad Enrico Berlinguer, per il quale i ragazzi della FGCI cosentina - con Nicola Adamo agli albori della sua militanza in prima fila su tutti e Giuseppe Pierino - avevano organizzato ogni cosa nei minimi dettagli.
L’Unità di due giorni dopo raccontò che militanti, braccianti, operai, giovani e donne occuparono fin dal primo pomeriggio persino gli imbocchi di Corso Mazzini, Corso Italia, via Alimena e via Caloprese: le arterie vitali a ridosso del grande palco. Le decine di balconi e le terrazze dei palazzoni che si affacciano ancora oggi sulla piazza erano stipate di cittadini.
C’erano, nel folto di quella marea umana, gli operai in lotta del cantiere della Centrale ENEL di Rossano; le mogli fiere degli emigrati di San Giovanni in Fiore; le donne, anche anziane e segnate dalla fatica, venute da Bisignano; gli artigiani di Longobucco; e una folta schiera di studenti e docenti dell’Unical, che avevano regalato alle liste del PCI in Ateneo ben il 70% dei consensi, uniti a tanti pullman giunti da ogni angolo della Calabria.
Un discorso che più attuale non si potrebbe
Il contesto socio-politico del 1976 era incandescente. Soltanto due anni prima si erano consumate le stragi di matrice fascista di Piazza della Loggia a Brescia e dell'Italicus. Le Brigate Rosse e le altre formazioni della lotta armata intensificavano le proprie azioni, i sequestri e gli attentati contro magistrati, forze dell'ordine e dirigenti d'azienda. Sul piano internazionale, l'embargo dell'OPEC del 1973 aveva fatto impennare il prezzo del greggio, innescando una pesante recessione globale. In Italia, la rigidità del mercato del lavoro, pur tutelando i salari attraverso l'aggancio della “scala mobile”, aumentava la pressione sulle imprese e sul deficit dello Stato.
Berlinguer pronunciò un discorso lucido e profetico, che se venisse ripreso tout-court e attualizzato alle prossime Politiche del 2026 da un esponente del campo largo, probabilmente nessuno se ne accorgerebbe. Dal Meridione impoverito flotte di emigrati ingrossavano le catene di montaggio delle fabbriche del Nord, consumando il drammatico spopolamento dei borghi e delle aree interne di Calabria, Sicilia e Basilicata.
«Negli anni dell’espansione - disse Berlinguer - il Sud ha visto partire ben 4 milioni di lavoratori, ha conosciuto la fuga e l’abbandono delle campagne e l’accrescersi del divario col Settentrione. Quel poco che di risorse e di denaro si è dedicato al Mezzogiorno, è essenzialmente servito solo a mettere in piedi ulteriori e più perfezionate macchine di potere e di clientela».
«Al Sud le fonti di occupazione si vanno riducendo - aggiunse -. Il reddito medio al Sud è inferiore di un terzo a quello medio nazionale, qui è gravissima la crisi della media e piccola industria, dell’agricoltura, dell’artigianato, del commercio. Insomma, il Mezzogiorno oggi è allo stremo. Tutti i partiti riconoscono ormai che la rinascita del Sud è una questione centrale per lo sviluppo dell’Italia, ma questo riconoscimento non basta; né bastano buone leggi. Un salto nel buio invece sarebbe lasciare le cose come stanno e quindi fare declinare ancora di più a chi governa ora la vita economica, politica e morale del Paese, fino al baratro che fa precipitare nel disordine. Non c’è peggiore pericolo oggi per l’Italia, di quello di non cambiare».

