Una riflessione dal mondo produttivo sui criteri di selezione di "Lavoro Giovani Calabria": «Così si rischia di escludere proprio chi potrebbe trasformare il tirocinio in lavoro»
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Riceviamo e pubblichiamo:
Scrivo come impresa calabrese che ha creduto nell’avviso “Lavoro Giovani Calabria”, la misura con cui la Regione — attraverso fondi europei del PR Calabria FESR-FSE+ 2021-2027 — finanzia tirocini extracurriculari di sei mesi per under 35, con un’indennità di 650 euro mensili erogata dall’INPS.
Un obiettivo dichiarato e condivisibile: contrastare la disoccupazione giovanile e la fuga dei talenti, collegando la formazione al tessuto produttivo. Sulla carta, esattamente ciò di cui la nostra regione ha bisogno. Eppure la mia azienda è rimasta senza tirocinanti. Non per mancanza di candidati, ma per il criterio con cui quei candidati vengono selezionati. Ed è di quel criterio che vorrei parlare, perché credo sia sbagliato nel metodo prima ancora che negli effetti.
La selezione non premia il merito, non valuta il percorso formativo, non tiene conto nemmeno dell’ordine di arrivo delle domande. Alla chiusura di ogni finestra, tutte le richieste vengono ordinate esclusivamente in base alla data di nascita del tirocinante: prima i più giovani in assoluto, poi via via gli altri, fino all’esaurimento dei fondi. Un solo parametro, l’età anagrafica, decide tutto.
Con risorse limitate, il risultato è matematico. I fondi si consumano partendo dai giovanissimi, e chi ha qualche anno in più — pur restando dentro la platea under 35 che il bando dice di voler aiutare — scivola in fondo alla lista e resta escluso. Non è un incidente: è l’esito che quel criterio produce per costruzione. Da quanto raccontano diverse aziende ospitanti dopo la prima finestra, a rientrare è stata una fascia d’età strettissima, mentre un arco di quindici anni di potenziali beneficiari attende un eventuale rifinanziamento che potrebbe non arrivare mai.
Qui sta il paradosso che vorrei portare all’attenzione. Un bando che nasce per “collegare formazione e mondo produttivo” ha scelto l’unico criterio che ignora completamente il mondo produttivo. Le imprese che operano in settori specializzati, tecnici o professionali non possono partire da zero: hanno bisogno di una persona che almeno conosca la teoria del mestiere, che abbia una base su cui costruire.
Un percorso di sei mesi non basta a formare da capo chi non ha alcuna preparazione; basta invece a dare una prima, decisiva occasione a chi quella preparazione ce l’ha già. I neolaureati e i laureandi — spesso disoccupati, quindi pienamente ammissibili — sarebbero il profilo ideale: pronti a rendersi utili da subito e nel punto esatto in cui una prima esperienza pratica vale di più. Il criterio anagrafico li mette sistematicamente in coda.
So bene quale sia la logica addotta a difesa: intervenire presto sui più giovani per evitare che la disoccupazione diventi cronica. È un principio serio. Ma ordinare le persone per data di nascita non è “intervenire sullo svantaggio”: è una scorciatoia che scambia l’età per un indicatore di bisogno, senza misurare né la reale condizione di svantaggio, né la durata della disoccupazione, né la coerenza tra candidato e azienda. Un ragazzo di vent’anni senza formazione e un neolaureato disoccupato hanno lo stesso identico bisogno di un’occasione: il primo, però, in molte aziende non può essere reso produttivo, e il denaro pubblico investito su quell’abbinamento rischia di produrre poco o nulla.
La domanda che pongo, senza pretendere di avere la risposta giuridica, è semplice: è ragionevole che un finanziamento pubblico destinato all’occupazione escluda in partenza, con un automatismo anagrafico, proprio i profili che le imprese potrebbero assumere davvero al termine del percorso?
A me pare un criterio sommario, sproporzionato e, alla prova dei fatti, controproducente rispetto agli scopi che il bando stesso si è dato. Non chiedo privilegi per nessuno. Chiedo che il criterio venga rivisto: che accanto — o al posto — della sola data di nascita si valutino la condizione di svantaggio effettiva, il percorso formativo e la coerenza tra tirocinante e azienda ospitante. Solo così un bando pensato per i giovani smetterà di lasciare a piedi una parte di quegli stessi giovani, e le imprese che dovrebbero accoglierli.
Un’impresa ospitante calabrese

