L’analisi della Cgia fotografa una regione schiacciata dal divario con il Nord. Anche Crotone e Cosenza nelle ultime quattro posizioni nazionali per retribuzione annua. Pesano precarietà, stagionalità e sommerso
Tutti gli articoli di Economia e lavoro
PHOTO
La Calabria è l’ultima regione d’Italia per produttività del lavoro e per retribuzione media giornaliera. E nelle ultime quattro posizioni della graduatoria nazionale degli stipendi annui compaiono addirittura tre province calabresi: Crotone, Cosenza e Vibo Valentia. Quest’ultima chiude la classifica italiana con appena 13.885 euro lordi all’anno.
È una fotografia pesantissima quella che emerge dall’analisi dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre sui dati Inps e Istat. Una fotografia che racconta il divario tra Nord e Sud partendo non soltanto da quanto si guadagna, ma anche dal numero di giornate retribuite e dalla ricchezza prodotta per ogni ora lavorata. Tre indicatori che, letti insieme, mostrano quanto il problema calabrese vada ben oltre la semplice questione salariale.
Nel 2024 un lavoratore dipendente del settore privato in Calabria ha percepito mediamente 15.880 euro lordi, contro una media italiana di 24.486 euro. Significa oltre 8.600 euro in meno in dodici mesi. Ancora più distante la Lombardia, prima regione italiana per retribuzione media giornaliera, dove la busta paga annua arriva mediamente a 30.384 euro. In pratica quasi il doppio rispetto alla Calabria.
Anche osservando la paga giornaliera la distanza resta enorme: in Calabria è di 72,33 euro lordi, il dato più basso tra tutte le regioni italiane. La media nazionale è di 99,32 euro, mentre in Lombardia si arriva a 117,25 euro. Un lavoratore calabrese percepisce dunque mediamente circa 27 euro in meno al giorno rispetto alla media italiana e quasi 45 euro in meno rispetto a un dipendente lombardo.
Vibo Valentia è ultima in Italia anche per numero medio di giornate retribuite: appena 195 nell'arco del 2024, contro una media nazionale di 246,5. Significa oltre 51 giornate di differenza, più di dieci settimane lavorative considerando una settimana di cinque giorni. All'estremo opposto c'è Lecco, dove si raggiungono 265,4 giornate: oltre 70 in più rispetto a Vibo.
Nessuna provincia calabrese riesce, peraltro, ad avvicinarsi alla media italiana. Reggio Calabria è quella che presenta il dato migliore della regione con 229,3 giornate retribuite e occupa comunque soltanto l'83esimo posto nazionale. Catanzaro è 88esima con 225,5 giorni. Molto più indietro Cosenza, 102esima con 216,1, e Crotone, 103esima con 215,9. Poi, in fondo alla graduatoria, Vibo Valentia con 195 giornate.
Il confronto con il resto d'Italia è eloquente: Lecco arriva a 265,4 giornate, Biella a 263,9, Vicenza a 263,4, Monza-Brianza a 263,3 e Lodi e Treviso a 262,8.
Numeri che, però, non devono essere interpretati come la dimostrazione che al Sud si abbia una minore propensione al lavoro. È la stessa CGIA a mettere in guardia da questa lettura. Il numero delle giornate retribuite è condizionato dalla maggiore diffusione nel Mezzogiorno della precarietà, del part-time involontario e del lavoro stagionale, particolarmente presente in settori come turismo e intrattenimento. A questi fattori si aggiunge il lavoro sommerso, che sfugge inevitabilmente alle statistiche ufficiali.
Il punto, quindi, non è che al Sud si lavori meno: è che si lavora in un mercato più fragile, discontinuo e caratterizzato da una maggiore quota di occupazione irregolare.
Ancora più impressionante è la graduatoria delle retribuzioni.
Calabria maglia nera per stipendi
Vibo Valentia è ultima tra le 107 province italiane considerate dalla Cgia: la retribuzione media annua lorda è di appena 13.885 euro, con una paga media giornaliera di 71,19 euro.
Cosenza è penultima tra le province calabresi e 105esima in Italia, con 15.263 euro annui e 70,62 euro al giorno. Crotone è immediatamente sopra, al 104esimo posto, con 15.326 euro annui e 71 euro giornalieri.
Catanzaro raggiunge 16.633 euro all'anno, pari a 73,76 euro al giorno, mentre Reggio Calabria registra il dato migliore della regione con 17.042 euro annui e 74,32 euro giornalieri. Anche quest'ultima, tuttavia, si ferma al 92esimo posto della graduatoria nazionale.
La distanza con le aree più ricche del Paese diventa quasi plastica confrontando questi numeri con Milano.
Nel capoluogo lombardo la retribuzione media annua raggiunge 35.670 euro, con 137,83 euro al giorno. A Reggio Calabria, dunque, lo stipendio medio annuo è meno della metà di quello milanese. A Vibo Valentia la differenza supera addirittura i 21.700 euro lordi all'anno.
Calabria e produttività
Il problema, tuttavia, non si esaurisce nelle buste paga. La Calabria occupa l'ultimo posto nazionale anche nella graduatoria della produttività, calcolata attraverso il valore aggiunto prodotto per ogni ora lavorata.
Il dato regionale è di 32,12 euro per ora, contro una media italiana di 43,20. La Calabria si trova dunque il 25,6% sotto la media nazionale. Davanti ci sono la Puglia con 32,48 euro, la Sardegna con 34,77, la Sicilia con 35,49 e la Campania con 36,24.
All'altro capo della graduatoria il Trentino-Alto Adige produce 52,40 euro di valore aggiunto per ora lavorata, seguito dalla Lombardia con 51,18 euro.
È proprio qui che salari e struttura produttiva finiscono per incrociarsi. La CGIA sottolinea come nelle aree dove la produttività è maggiore tendano a essere più elevate anche le retribuzioni. Nel Centro-Nord si concentrano infatti multinazionali, utility, grandi e medie imprese, società finanziarie, assicurative e bancarie e, più in generale, attività a maggiore valore aggiunto. Sono anche i territori nei quali è maggiore la presenza di dirigenti, quadri, tecnici e professionalità altamente qualificate, alle quali corrispondono retribuzioni superiori.
Il caso dell'Emilia-Romagna è indicativo: la presenza di meccanica, automotive, meccatronica, biomedicale, agroalimentare e produzioni ad alto valore aggiunto contribuisce a sostenere sia la produttività sia i salari.
Ed è forse questo il dato che più di tutti dovrebbe interrogare la Calabria. Il divario salariale non può essere letto isolatamente dalla struttura dell'economia regionale. Dove prevalgono piccole imprese, servizi a basso valore aggiunto, stagionalità e occupazione discontinua, diventa molto più difficile innalzare contemporaneamente produttività e retribuzioni.
La Calabria rappresenta la punta più estrema di una frattura che riguarda l'intero Mezzogiorno.
Secondo la CGIA, nel 2024 in Italia sono state registrate mediamente 246,5 giornate retribuite per lavoratore. Al Nord la media sale a circa 255, mentre al Sud scende a 228: 27 giornate di differenza, praticamente un mese di lavoro.
Non cambia la situazione passando alle retribuzioni. La paga media giornaliera è di circa 108 euro al Nord e 80 al Sud, con un vantaggio del 36% per i lavoratori settentrionali. Identica, significativamente, è la distanza sul fronte della produttività: 47,35 euro di valore aggiunto per ora lavorata al Nord contro 34,94 nel Mezzogiorno, ancora una volta con un divario del 36%.
Non è quindi soltanto una questione di stipendi. Il vero nodo è la capacità dei territori di generare lavoro stabile, continuativo e produttivo.
A rendere ancora più complessa la fotografia c'è il sommerso. Le ore lavorate in nero, per definizione, non entrano nel monte ore ufficiale e finiscono quindi per rendere incompleta la rappresentazione statistica del lavoro meridionale.
Il fenomeno in Calabria assume dimensioni particolarmente rilevanti. In una precedente analisi della stessa CGIA, elaborata su dati Istat relativi al 2023, la regione presentava il tasso di irregolarità occupazionale più elevato d'Italia, pari al 17,9%, mentre il valore aggiunto riconducibile al lavoro irregolare rappresentava l'8,3% del valore aggiunto regionale, anche in questo caso il dato più alto del Paese.
Questo significa che una parte dell'attività lavorativa effettivamente svolta non compare nelle statistiche sulle giornate retribuite. Ma significa soprattutto che una quota importante dell'occupazione continua a muoversi fuori dalle tutele contrattuali, previdenziali e assicurative.
Ed è qui che il dato sulle giornate lavorate cambia completamente significato. Il problema della Calabria non è semplicemente lavorare meno giorni. È avere meno giornate di lavoro regolare, salari inferiori e una produttività che rimane distante dai territori più avanzati.
Il risultato è un meccanismo che rischia di autoalimentarsi: imprese meno strutturate producono meno valore aggiunto, la minore produttività comprime le possibilità di crescita delle retribuzioni, i salari bassi riducono l'attrattività del mercato del lavoro e spingono una parte delle professionalità più qualificate a cercare opportunità altrove.
E mentre il dibattito sul divario Nord-Sud spesso si concentra sui grandi indicatori macroeconomici, i numeri della CGIA riportano la questione a una dimensione molto più concreta: il tempo trascorso al lavoro e quanto quel lavoro vale in busta paga.
Per un dipendente calabrese significa mediamente 219,5 giornate retribuite all'anno e 15.880 euro lordi. Per un dipendente lombardo 259,1 giornate e 30.384 euro.
Dietro questa distanza non c'è soltanto una differenza geografica. C'è una diversa struttura del mercato del lavoro e del sistema produttivo.
Ed è probabilmente da qui che bisogna partire per affrontare davvero la questione meridionale: non soltanto creare nuovi posti di lavoro, ma fare in modo che siano stabili, regolari, qualificati e capaci di produrre più valore. Perché il dato più preoccupante che emerge dallo studio non è soltanto che in Calabria si guadagna meno. È che salari, continuità occupazionale e produttività collocano contemporaneamente la regione in fondo alle classifiche nazionali.

