Il baricentro è uno solo: la busta paga. Il decreto su cui il governo sta lavorando in vista del Primo maggio si muove lungo una direttrice precisa, aumentare il netto percepito dai lavoratori senza intervenire direttamente sui salari lordi. La leva scelta è quella fiscale.

Il pacchetto, ancora in fase di definizione, mette insieme misure già sperimentate e alcune novità. L’obiettivo dichiarato è alleggerire il peso delle imposte su premi, straordinari e aumenti contrattuali, affiancando strumenti di welfare aziendale e incentivi indiretti.

Tra gli interventi più rilevanti c’è la stabilizzazione della tassazione ridotta sui premi di produttività. Dal 2028, secondo quanto previsto, questi compensi verrebbero tassati all’1% fino a un tetto di 5mila euro annui. In alternativa, i lavoratori potranno convertirli in servizi di welfare aziendale completamente esentasse, con un effetto immediato sull’importo netto.

Sulla stessa linea si colloca lo sconto fiscale su straordinari, lavoro notturno e festivo. Dal 2027, queste voci saranno tassate al 15% entro il limite di 1.500 euro annui, con una platea circoscritta ai redditi fino a 40mila euro. Una misura che punta a rendere più conveniente il lavoro aggiuntivo, ma che esclude alcuni settori come turismo e ristorazione.

Intervento mirato anche sui rinnovi contrattuali. Gli aumenti derivanti dai nuovi contratti collettivi, per i lavoratori del settore privato con redditi fino a 33mila euro, beneficeranno di una tassazione ridotta al 5%. L’intento è favorire un adeguamento più rapido dei salari al costo della vita, uno dei nodi più critici degli ultimi anni.

Accanto alle detassazioni, il decreto rafforza il capitolo dei fringe benefit. La soglia di esenzione fiscale viene fissata a 3mila euro annui, ampliando lo spazio per benefit aziendali legati a servizi, istruzione e sostegno alla famiglia. Per le imprese, è previsto anche un credito d’imposta del 20% sulle somme destinate a misure di welfare per genitorialità ed educazione.

La novità più significativa riguarda però i contratti collettivi scaduti. Se il rinnovo tarda oltre sei mesi, scatterà un aumento automatico degli stipendi, calcolato sul 30% dell’inflazione programmata. Dopo un anno, la quota salirà al 60%. Si tratta di incrementi contenuti, ma con un valore simbolico: introdurre un meccanismo che riduca i tempi, spesso lunghi, dei rinnovi.

Il provvedimento si inserisce formalmente nell’attuazione della legge delega sul salario minimo, ma ha anche una valenza politica più ampia. Dopo le recenti difficoltà, tra il risultato del referendum sulla giustizia e le tensioni economiche legate allo scenario internazionale, il governo prova a rilanciare puntando su un tema immediatamente percepibile: il reddito disponibile.

Resta però un nodo aperto, ed è quello delle coperture. Molte delle misure annunciate hanno un costo significativo e, al momento, non è ancora chiaro da dove arriveranno le risorse necessarie. Un elemento che potrebbe incidere sulla portata reale del decreto e sui tempi della sua attuazione.