Rocco Zuccarella, imprenditore agricolo del Metapontino indicato come datore di lavoro delle vittime, respinge ogni illazione: «Assunzioni, stipendi e controlli erano regolari. Nessuna contestazione da magistratura o forze dell’ordine»
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Mentre proseguono le indagini sulla morte dei quattro braccianti afgani e pachistani uccisi in Calabria, arriva la presa di posizione di Rocco Zuccarella, imprenditore ortofrutticolo di Scanzano Jonico il cui nome è emerso nelle ricostruzioni relative alle vittime, ai superstiti e ai due uomini arrestati. Il nome dell’imprenditore è apparso su Repubblica, la sua versione invece è affidata al blog filippomele.blogspot.com che lo ha raggiunto nella sua azienda.
L’imprenditore respinge con fermezza qualsiasi addebito e rivendica la piena regolarità della propria attività. «Sono profondamente addolorato per quanto accaduto e per l’orrenda fine di questi lavoratori, ma siamo in regola in tutto e per tutto», afferma. «Mi dispiace per il fango gettato sulla Basilicata, sul Metapontino, su Scanzano Jonico e sulla mia azienda».
Zuccarella sottolinea inoltre che la sua impresa possiede la certificazione Grasp, uno standard internazionale che attesta il rispetto delle condizioni sociali e lavorative dei dipendenti.
«Li assumevo anche per conto delle altre aziende familiari»
Nel corso della sua ricostruzione, l’imprenditore spiega di essere il soggetto incaricato delle assunzioni anche per le aziende riconducibili al padre e alla moglie, nell’ambito di un accordo interaziendale.
Secondo quanto riferito, i lavoratori potevano essere impiegati nelle diverse aziende del gruppo e ricevevano una sola busta paga mensile, elaborata sulla base delle giornate effettivamente svolte nelle varie attività.
«Assunzioni, visite mediche, orari di lavoro, riposi e retribuzioni erano regolari», sostiene Zuccarella. «Dopo le notizie di stampa abbiamo verificato la posizione dei lavoratori coinvolti e risulta che non lavoravano più con noi da circa una settimana. Non sappiamo dove fossero impiegati il giorno della tragedia».
Il caso delle buste paga da 350 euro
Tra gli aspetti finiti sotto la lente c’è anche il contenuto di alcune buste paga che riporterebbero compensi di circa 350 euro.
L’imprenditore spiega che l’importo sarebbe legato al numero limitato di giornate lavorative svolte in quel periodo. «Probabilmente avevano lavorato pochi giorni e quella era la cifra maturata», afferma. «Anzi, noi riconoscevamo compensi superiori alle tariffe minime perché altrimenti molti lavoratori non avrebbero accettato di venire», dice al blogger Filippo Mele.
Trasporti e caporalato: «Non possiamo controllare accordi privati»
Uno dei punti centrali riguarda il tema del trasporto dei lavoratori, spesso al centro delle inchieste sul caporalato.
Zuccarella sostiene che l’azienda non avrebbe responsabilità nel caso in cui i dipendenti dichiarino di raggiungere autonomamente il luogo di lavoro. «Se il trasporto viene organizzato direttamente dall’azienda con mezzi propri, allora è diverso. Ma se i lavoratori ci dicono che arrivano con le loro auto, noi non possiamo conoscere gli accordi che prendono tra loro».
«Mai ricevuto contestazioni, ho fiducia nella magistratura»
L’imprenditore ribadisce di non aver ricevuto alcuna comunicazione da parte della magistratura o delle forze dell’ordine e di non essere destinatario di contestazioni.
«Sono stato controllato più volte dagli organi competenti e tutto è sempre risultato regolare», dichiara. «Mi dispiace enormemente per quanto accaduto, ma sono tranquillissimo e ho piena fiducia nel lavoro della magistratura».
L’ombra delle organizzazioni criminali
Alla domanda sull’eventuale esistenza di reti criminali riconducibili alla comunità afgana, Zuccarella prende le distanze da qualsiasi ipotesi.
«Non so se esista una mafia afgana e non ho alcun rapporto con ambienti criminali», afferma. «Noi non possiamo conoscere tutto il passato delle persone che vengono a lavorare. Se si trovano regolarmente in Italia, i controlli spettano alle autorità competenti».
Le dichiarazioni dell’imprenditore arrivano mentre l’inchiesta sulla strage di Amendolara continua ad approfondire non solo le responsabilità dirette degli arrestati, ma anche il contesto lavorativo e i possibili meccanismi di reclutamento della manodopera che ruotavano attorno alle vittime. Al momento, gli accertamenti degli investigatori sono ancora in corso e dovranno chiarire ogni aspetto della vicenda.

