Si chiude con un verdetto che ridimensiona in modo netto l’impianto accusatorio il processo nato dall’inchiesta sul presunto caporalato a Camigliatello Silano, esplosa il 5 maggio 2017 con un’operazione dei carabinieri. Il tribunale collegiale di Cosenza, presieduto dal presidente Paola Lucente (giudici a latere Bilotta e Squillaci), ha assolto quasi tutti gli imputati, ritenendo che, entrando nel merito, l’accusa non abbia retto.

Una sola condanna e una lunga serie di assoluzioni

L’unica condanna riguarda Giorgio Luciano Morrone, dichiarato colpevole del reato contestato al capo 7 della riunita. Il collegio gli ha concesso le attenuanti generiche, ritenute prevalenti sull’aggravante contestata, e lo ha condannato a un anno di reclusione e 3.500 euro di multa, con pena sospesa. Morrone è stato inoltre condannato al pagamento delle spese processuali.

Per lo stesso imputato, i giudici hanno anche disposto le sanzioni interdittive previste, con interdizione dagli uffici direttivi di persone giuridiche o imprese, il divieto di concludere contratti di appalto, cottimo, fornitura di opere, beni e servizi con la pubblica amministrazione, e l’esclusione per due anni da agevolazioni, finanziamenti, contributi e sussidi dello Stato, di enti pubblici e dell’Unione Europea collegati al settore di attività in cui sarebbe maturato lo sfruttamento.

Sul fronte civile, Morrone è stato condannato al risarcimento dei danni in favore delle parti civili costituite, da liquidarsi in separata sede. Il tribunale ha invece rigettato la richiesta di provvisionale.

Prescrizioni e un decesso

Per alcuni episodi, il processo si è chiuso con la prescrizione. Il tribunale ha dichiarato non doversi procedere nei confronti di Giorgio Luciano Morrone e Pietro Cortese (difeso dall’avvocato Nicola Rendace) per il reato al capo 9, ritenuto estinto per prescrizione. È stata inoltre dichiarata la prescrizione per Ferruccio Celestino in relazione al capo 15.

Nel procedimento è stato registrato anche un decesso: il collegio ha dichiarato non doversi procedere nei confronti di L. C. per i reati ascritti ai capi 7 e 9 per intervenuta morte dell’imputato.

Il presunto caporale assolto: “il fatto non sussiste”

Tra gli assolti figura Vittorio Francesco Imbrogno (difeso dall’avvocato Cristian Cristiano), indicato nell’inchiesta come presunto caporale. Per lui la Procura di Cosenza aveva chiesto 2 anni e 2 mesi di reclusione, ma il tribunale lo ha assolto con la formula “perché il fatto non sussiste”.

Stessa formula assolutoria anche per Giuseppe Gabriele Giuseppe e Giorgio Gabriele, titolari della omonima azienda agricola (difesi dall’avvocato Andrea Onofrio del Foro di Cosenza), Franco Provato (difeso dall’avvocato Enzo Belvedere), Gianluca Gencarelli (difeso dall’avvocato Ugo Ledonne), Renato Gabriele (difeso dall’avvocato Fabrizio Falvo), Vincenzo e Salvatore Perrone (difesi dagli avvocati Tiziano Gigli, Franz Caruso e Mattia Caruso), e Vincenzo Paese (difeso dagli avvocati Ubaldo e Marlon Le Pera). Per loro l’ufficio di Procura aveva invocato una condanna a un anno e 8 mesi di carcere.

Quanto a Morrone, il collegio lo ha anche assolto dal reato di cui al capo 6, sempre perché il fatto non sussiste.

Da dove nasceva l’inchiesta: l’operazione del 5 maggio 2017

L’indagine era emersa il 5 maggio 2017 con un’operazione dei carabinieri del Comando provinciale di Cosenza, che eseguirono 14 misure cautelari emesse dal gip Salvatore Carpino, su richiesta della Procura, nei confronti di altrettante persone. Le contestazioni, a vario titolo, riguardavano intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, abuso d’ufficio e tentata truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche.

Secondo la ricostruzione investigativa dell’epoca, rifugiati – indicati come principalmente senegalesi, nigeriani e somali – sarebbero stati prelevati da due Centri di accoglienza straordinaria di Camigliatello e impiegati nei campi di patate e fragole dell’altopiano silano o come pastori. Veniva inoltre ipotizzata la manipolazione dei fogli presenza per ottenere i finanziamenti previsti per la gestione dell’accoglienza, con un presunto sfruttamento che avrebbe coinvolto circa trenta rifugiati, pagati – secondo quanto indicato nelle contestazioni – tra 15 e 20 euro per 10 ore di lavoro.

All’epoca furono applicate anche misure custodiali e l’inchiesta ebbe una risonanza nazionale: la Procura di Cosenza fu la prima ad aver contestato la nuova fattispecie di “intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro”.