Il gup di Catanzaro ha accolto parzialmente le richieste della Dda. Infondate le accuse per l'ex boss del clan degli "zingari" di Cosenza
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Il gup del Tribunale di Catanzaro, all’esito del rito abbreviato, ha emesso la sentenza nel procedimento per l’omicidio di Massimo Speranza, detto “il Brasiliano”, scomparso l’11 settembre 2001 a San Demetrio Corone, in provincia di Cosenza. Il giudice ha condannato Rocco Azzaro alla pena di 30 anni di reclusione. Per Armando Abbruzzese, riconosciute le attenuanti generiche e applicata la diminuente prevista per il rito abbreviato, è stata disposta la condanna a 20 anni di reclusione.
Condanna anche per Ciro Nigro, collaboratore di giustizia, al quale il gup ha riconosciuto le attenuanti generiche, l’attenuante speciale prevista dall’articolo 416 bis.1, comma 3, del codice penale e il vincolo della continuazione con i fatti già giudicati con sentenza del gup del Tribunale di Catanzaro n. 213/2024, emessa il 5 luglio 2024 e divenuta irrevocabile l’11 dicembre 2024. Nei suoi confronti il giudice ha applicato, a titolo di aumento rispetto alla precedente condanna, la pena di 5 anni di reclusione.
Il gup ha inoltre dichiarato Armando Abbruzzese, Rocco Azzaro e Ciro Nigro interdetti in perpetuo dai pubblici uffici e in stato di interdizione legale durante l’esecuzione della pena.
Assolto invece Giovanni Abruzzese, detto “u Cinese”, dal reato a lui contestato con la formula per non aver commesso il fatto. L'imputato è difeso dagli avvocati Giorgia Greco e Antonio Quintieri. Il procedimento riguardava la scomparsa e l’uccisione di Massimo Speranza, indicato come “il Brasiliano”. Secondo l’impostazione della Dda di Catanzaro, la vittima sarebbe stata eliminata perché ritenuta un soggetto che avrebbe potuto riferire informazioni riservate sull’organizzazione e sulle attività del gruppo degli “zingari” di Cosenza a componenti del gruppo rivale degli “italiani”.
Nel corso dell’udienza preliminare, il pubblico ministero della Dda di Catanzaro Corrado Cubellotti aveva depositato anche i verbali del collaboratore di giustizia Luigi Berlingieri, in parte omissati. Per la parte leggibile, il collaboratore indicava Giovanni Abruzzese come mandante dell’omicidio.
La posizione di Abruzzese, tuttavia, non ha retto al vaglio del giudice. I difensori avevano contestato l’assenza di riscontri alle dichiarazioni del collaboratore, sostenendo che il racconto, allo stato degli atti, non fosse sufficiente a dimostrare il coinvolgimento dell’imputato indicato dall’accusa come mandante. All’esito del rito abbreviato, il gup ha accolto questa impostazione, pronunciando sentenza assolutoria perché l’imputato non ha commesso il fatto.
Secondo la ricostruzione accusatoria, Speranza sarebbe stato attirato con un pretesto prima in un bar nella zona di Lauropoli e poi in un altro esercizio commerciale ad Apollinara. Da lì sarebbe stato condotto in un’abitazione nella disponibilità di uno dei soggetti indicati nel fascicolo e successivamente deceduti, a San Demetrio Corone.
Sempre secondo l’accusa, all’interno dell’abitazione la vittima sarebbe stata uccisa con due colpi di pistola esplosi alla testa. Il cadavere sarebbe stato poi occultato in una buca scavata in un boschetto vicino alla casa, secondo modalità ricondotte dagli inquirenti alla cosiddetta lupara bianca.
La Dda aveva contestato l’omicidio aggravato dal metodo mafioso e dalla finalità di agevolare l’associazione ’ndranghetista degli “zingari” di Cosenza. Nel fascicolo erano richiamate anche le aggravanti della premeditazione e del numero dei concorrenti.
Le posizioni di Luigi Bevilacqua, detto “Gino”, e Fioravante Abbruzzese, alias “Banana”, erano state stralciate dalla Procura antimafia di Catanzaro dopo la fase iniziale del procedimento.

