Tutti giovani, anzi giovanissimi, ma pronti a imbracciare le armi e a eseguire rapine e omicidi portandosi appresso anche l’amico minorenne.
Nel 2022 Francesco le Pera e Manuel Intrieri avevano 21 anni, Antonio Martino appena 19. Eppure – nella richiesta di misure cautelari che la Dda di Catanzaro ha depositato il 24 dicembre 2024, vergata dai sostituti Stefania Paparazzo, Alessandro Riello, dall’aggiunto Giancarlo Novelli e dall’allora procuratore facente funzioni Vincenzo Capomolla – a Le Pera viene contestato il reato di associazione mafiosa e rapina. Due rapine che avrebbe eseguito con Intrieri, Martino e un minorenne al quale era stato assegnato il ruolo di “palo”. A farne le spese sarebbero state due tabaccherie di Corigliano Rossano, rapinate a pochi giorni di distanza una dall’altra.

Dalle rapine agli omicidi

All’epoca Francesco Le Pera era considerato un discepolo di Giorgio Arturi, 43 anni, detto “U Cirugnu” uomo di fiducia di Aldo Abbruzzese, referente della ‘ndrangheta della Sibaritide sulla frazione marina di Schiavonea, a sua volta condannato in via definitiva per associazione mafiosa, tentato omicidio e reati in materia di armi.
Era questa la struttura piramidale nella quale Le Pera stava alla base come un soldato pronto a farsi le ossa. Questa “palestra” ha fruttato a Francesco Le Pera, lo scorso 22 ottobre, una condanna a 30 anni, in primo grado per l’omicidio di Pasquale Aquino avvenuto il 3 maggio 2022 nella frazione marina di Schiavonea. Nel corso dello stesso processo la Corte d’Assise di Cosenza ha condannato a 28 anni Giorgio Arturi e a 23 anni Manuel Intrieri.
Secondo l’accusa Le Pera avrebbe sparato conto la vittima con una mitraglietta calibro 7,65 mentre si trovava in compagnia di un minorenne (lo stesso ragazzino che lo avrebbe accompagnato nelle rapine) la cui posizione sarà giudicata separatamente.
Le Pera è inoltre ritenuto responsabile del tentato omicidio di Cosimo Marchese avvenuto il primo giugno 2026.

La tragica morte di Francesco Cufone

Legata alle vicende criminali dei giovanissimi c’è quella, tragica, di Francesco Cufone, morto suicida, a 33 anni, nel carcere di Taranto il 15 giugno del 2023.
Il giovane era stato tratto in arresto i reati di possesso e traffico di cocaina, nonché per il rinvenimento di un arsenale di armi.
Nell'arsenale erano state rinvenute anche una pistola e una mitraglietta calibro 7,65, utilizzate per l'omicidio di Pasquale Aquino.
Dopo l’arresto Francesco Cufone aveva cominciato a rendere dichiarazioni sia sul traffico di droga che sull’omicidio Aquino.
Aveva raccontato particolari sulla mala di Corigliano Rossano: «Giorgio Arturi è il capo così come pure Aldo Abbruzzese, entrambi sono stati battezzati. I due sono sullo stesso livello. Francesco Le Pera non è stato battezzato ma è un loro “picciotto”».
Il 4 aprile 2023 aveva raccontato che il movente per l’omicidio Aquino era «sicuramente lo spaccio. lo sono stato loro vicino solo nei mesi estivi dello scorso anno. Aquino spacciava senza autorizzazione e ciò dava fastidio al suocero di Francesco Le Pera (Le Pera era fidanzato con la figlia di Giorgio Arturi, ndr). Ero a conoscenza del fatto che Pasquale Aquino spacciasse. Non ho mai acquistato stupefacente da lui ma in giro era risaputo svolgesse tale attività».

L’omicidio in bicicletta

Il 33enne racconta che Le Pera che «si faceva chiamare il Killer» e si sarebbe vantato di quell’azione di fuoco: «Lui asseriva la paternità dell'azione e diceva, a tal proposito, che lo aveva colpito prima alla gamba e poi alla testa. Il Le Pera lo aveva commesso raggiungendo l’obbiettivo a bordo di una bici». Con Le Pera, a bordo di un’altra bicicletta, ci sarebbe stato il minorenne.

Le dichiarazioni di Cufone e l’allarme nel gruppo

L’eco delle dichiarazioni di Francesco Cufone avevano allarmato tutto il gruppo criminale che, «nel perverso tentativo di indurlo alla ritrattazione, aveva fatto leva sulla sua compagna». Non solo. Il gruppo mette in atto, scrive la Dda «diversi tentativi di indurlo alla ritrattazione, fino a fargli temere per l'incolumità dei suoi figli minori. Il disegno criminoso si concludeva individuando un altro difensore di fiducia». Il denaro necessario per il suo compenso sarebbe stato racimolato da Giorgio Arturi detto “Massimo”, che si sarebbe in seguito recato da Abbruzzese. Il giorno successivo Giorgio Arturi “Massimo”, si sarebbe recato da Damiano Pepe accedendo all'interno della corte della sua abitazione. È Giorgio “Massimo” ad allertare il boss sibarita il quale manifesta l’urgenza di cambiare il difensore di Francesco Cufone. In parole povere, stando alle indagini, tutti i vertici della ‘ndrangheta coriglianese era stati allertati del pericolo che le dichiarazioni di Cufone poteva rappresentare per loro.
Sarà la compagna, durante un colloquio telefonico carcerario, ad avvisare Cufone che gli stavano trovando un nuovo avvocato: «Stai tranquillo che troviamo un avvocato di fuori». Sarà, infatti, Giorgio Arturi “Massimo” ad incontrare, il 3 giugno il nuovo avvocato invitandolo a fargli sapere qualcosa, riguardo l'assunzione della difesa, così avrebbe informato chi di dovere. «Ancora una volta – scrive la Dda – emergeva la gestione collettiva della vicenda. che in fin dei conti aveva il precipuo scopo di far esonerare il difensore di fiducia di Francesco Cufone».

Il drammatico epilogo

Le cose precipitano quando la notizia delle dichiarazioni di Cufone esce su blog e giornali. È il 10 giugno 2023. Il 13 giugno il detenuto riceve la telefonata della compagna che gli dà la notizia per poi ammonirlo duramente su quanto avrebbe dovuto fare l'indomani mattina, specificando cosa avrebbe dovuto dire, ossia che si era inventato tutto per uscire dal carcere.
«Sei su tutti i giornali – gli dice lei –, blog, tutto, tutto, tutto quanto ... ora dicono che domani hai un altro interrogatorio e già la sai quello che devi fare ok? che io non posso uscire manco di casa…».
«Perché?», le chiede lui.
«Della vergogna – risponde –, e della faccia che mi sento a terra che tutte le persone mi guardano ... capito?».
Il 14 giugno Cufone richiede un interrogatorio. Nel corso di un colloquio molto concitato, il 33enne mantiene un atteggiamento ostile si scaglia contro il proprio avvocato che ritiene colpevole di una fuga di notizie. Dice che è stata compromessa la sicurezza dei propri figli. Infine ritratta e afferma di essersi inventato ogni cosa.
Il giorno dopo comunica alla fidanzata «io ieri ho fatto quello che dovevo fare». Lei gli dice che gli altri erano stati strani e nessuno la parlava più. Cufone è agitato: «E non era meglio che ero rimasto com’era allora... io non so più cosa fare cosa pensare…. io mi sto distruggendo la vita qua dentro solo questo so…».
Quella stessa mattina Francesco Cufone si è tolto la vita impiccandosi nella propria cella.