Già prima che Luca Talarico, 41 anni, decidesse di saltare il fosso e collaborare con la giustizia vuotando il sacco sulle dinamiche interne alla cosca Forastefano attiva nella Sibaritide, era venuto fuori dalla sentenza di condanna d’abbreviato dell’inchiesta Kossa che Talarico era prestanome del clan nella conduzione di alcune aziende agricole. Una testa di legno dietro alla quale stavano Pasquale Forastefano e Nicola Abbruzzese (non indagati nel procedimento di cui scriviamo), storici esponenti della consorteria. L’inchiesta sul caporalato nella Sibaritide che è stata condotta mercoledì scorso dalla Dda di Catanzaro ha portato a 20 fermi e 66 indagati in totale per sfruttamento del lavoro, riduzione in schiavitù, estorsione e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. A essere stritolati da questo sistema criminale sono gli invisibili, immigrati extracomunitari senza diritti, senza tutele, costretti a lavorare nei campi per 8/10 ore per 3 euro all’ora (corrisposti a singhiozzo) e a vivere in case abbandonate e fatiscenti. Sorvegliati sui campi, minacciati di essere lasciati in mezzo a una strada in un paese del quale non conoscono la lingua e nel quale non sanno come muoversi. Molti preferiscono farsi fantasmi. Una pratica che conviene a imprenditori senza scrupoli e ai caporali che fanno da tramite. Qualcuno prova a ribellioni fai da te e talvolta il risultato può essere atroce, come avvenuto questa estate con quattro ragazzi bruciati vivi nel rogo di un’auto. La vergogna della strage di Amendolara è ancora vivida.

Le denunce e l’inizio dell’inchiesta

Altre volte, però, ribellarsi paga. Denunciare alle autorità paga. Il prologo di questa indagine è quasi paradossale. Nel 2020 si presentano dai carabinieri due uomini di origine pakistana, Qadeer Husnain Afzal e Zain Subhani, che denunciano il danneggiamento degli pneumatici dei loro veicoli e indicano, quali autori, tre cittadini africani. Già dalle prime verifiche, però, il quadro agli occhi dei militari, tra vittime e carnefici, si ribalta.
I carabinieri scoprono che, è scritto nei brogliacci dell’inchiesta, «le ragioni dei disordini e delle manifestazioni inscenate contro Qadeer Husnain Afzal e Zain Subhani sono ben diverse, svelando l’esistenza di condotte di riduzione e mantenimento in schiavitù di diversi lavoratori e di un più diffuso fenomeno di sfruttamento lavorativo». Il quadro si aggrava ancora di più quando i tre braccianti africani indicati da Afzal e Subhani presentarono a loro volta una denuncia ai carabinieri. I tre riferiscono che il danneggiamento era maturato nel contesto di contrasti legati alle richieste di regolarizzazione contrattuale e al mancato pagamento di diversi mesi di lavoro. Le loro dichiarazioni portarono il Reparto operativo dei Carabinieri per la Tutela del Lavoro di Roma ad avviare gli accertamenti. Afzal e Subhani sono stati tratti in stato di fermo, mercoledì scorso, insieme ad altre 18 persone, con l’accusa di appartenere a un’associazione per delinquere che riduceva in schiavitù i braccianti extracomunitari.

Il ruolo dei Forastefano e le minacce ai braccianti

Ma nella Sibaritide nulla può muoversi senza il consenso delle cosche. E infatti è emersa la figura di Luca Talarico, indagato anche lui in questo procedimento per sfruttamento del lavoro aggravato dalle modalità mafiose. Talarico è divenuto collaboratore di giustizia nel 2023. Nell’estate 2025 è stato sentito dagli investigatori proprio sul tema dello sfruttamento. Il collaboratore ha dichiarato «di essere un “prestanome” di Pasquale Forastefano e Nicola Abbruzzese, storici esponenti nell’omonima cosca Sibaritide, comparendo per loro conto come titolare formale e gestore delle aziende agricole “Talarico Luca” e AGRI a r.l., trattandosi di fatto di realtà imprenditoriali gestite direttamente dal clan».

I contatti con il patronato gestito dai D’Elia

In più Talarico «ha fatto riferimento alla conoscenza de visu di alcuni membri della famiglia D’Elia, inizialmente senza specificarne i nomi, i quali avrebbero curato la gestione relativa all’ottenimento del titolo di soggiorno in favore di soggetti extracomunitari». «Ho visto i D’Elia – ha affermato Talarico –, di cui non ricordo i nomi, incontrarsi con i Forastefano per definire la questione legata alla regolarizzazione degli stranieri. Alla fine dell’incontro i Forastefano mi hanno riferito “se la vedono loro per regolarizzare i braccianti”».
Nel corso di un secondo interrogatorio il pentito «ha riconosciuto la foto di Dario D’Elia con il quale si è incontrato presso l’azienda per definire questioni riguardanti gli operai, paghe o il caso di necessità di manodopera, senza tuttavia entrare nello specifico». Secondo le indagini portate avanti dai carabinieri sarebbe emerso il ruolo di Dario D’Elia, classe ’74, quale «anello di collegamento tra l’associazione pakistana capeggiata da Qadeer Husnain Afzal e una ulteriore associazione per delinquere dedita alla immigrazione clandestina, nell’ambito dei flussi migratori, così ampliando lo scenario investigativo coinvolgendo ulteriori indagati di nazionalità italiana e non».

Le indagini hanno condotto gli investigatori al Caf/Patronato F.A.P.I. di Cassano allo Ionio. Questa inchiesta, infatti, vede indagati anche Raffaele D’Elia, classe ‘99, incaricato di pubblico servizio e presidente del Caf/Patronato “FAPI” a Cassano allo Ionio; Raffaele D’Elia, classe ‘93, socio e cugino/vice-presidente nello stesso patronato; Salvatore D’Elia, fratello di Dario nonché padre di Raffaele classe’93. La Dda di Catanzaro li accusa di aver fornito la falsa documentazione necessaria per la presentazione e/o il buon esito delle istanze o comunque fornivano indicazioni al fine di farla “correggere” ai datori di lavoro direttamente interessati.

La denuncia: «Ci disse che ci avrebbe ucciso perché era mafioso»

Le dichiarazioni del collaboratore fanno il paio con la denuncia sporta da due braccianti: «Luca che ha iniziato a minacciare me e il mio amico dicendoci che ci avrebbe uccisi, che lui era un mafioso e avremmo dovuto fare attenzione. Io e il mio amico abbiamo avuto molta paura e ci siamo allontanati dal luogo di lavoro».
La conclusione della Distrettuale è che «la gestione, il controllo e le minacce proferite nei confronti dei braccianti (che lamentavano condizioni degradanti sia dal punto di vista alloggiativo che remunerativo), siano tali da evocare nelle stesse una intimidazione tipica del metodo mafioso» anche alla luce dell’acclarato coinvolgimento di Talarico con la cosca Forastefano.