La cocaina scorreva a fiumi lungo il Tirreno cosentino attraverso una rete organizzata e strutturata, capace di gestire traffici di droga tra Scalea e altre regioni italiane. È quanto emerge dall’operazione “Baia Bianca”, coordinata dalla Dda di Catanzaro e condotta dai carabinieri, che ha portato all’arresto di 14 persone accusate, a vario titolo, di far parte di un’organizzazione dedita allo spaccio di stupefacenti.

Secondo gli investigatori, il gruppo operava con modalità consolidate e utilizzava un linguaggio in codice per sfuggire ai controlli delle forze dell’ordine. Le conversazioni intercettate hanno permesso di ricostruire il sistema utilizzato per organizzare cessioni, pagamenti e trasporti della droga.

Il linguaggio in codice per parlare della droga

Gli indagati, stando a quanto emerso dalle indagini, ricorrevano continuamente a termini criptici per riferirsi alla cocaina. La sostanza veniva chiamata con nomi apparentemente innocui come “caffè”, “documenti”, “giglio”, “sciroppo”, “bicarbonato”, “pietre” o semplicemente “roba”.

In altre circostanze venivano utilizzate frasi allusive per descrivere la qualità dello stupefacente o le forniture. Espressioni come “l’ho provata, è buona” oppure “era più male che malamente” sarebbero state usate proprio per commentare la droga.

Anche le quantità e i prezzi venivano trattati con formule convenzionali, come “il solito” o “come l’altra volta”, nel tentativo di rendere meno comprensibili le conversazioni captate dagli investigatori.

Non mancavano però riferimenti più espliciti, con frasi come “ho provato a squagliarla” oppure “due tiri”, che secondo gli inquirenti confermerebbero senza dubbi il contesto legato agli stupefacenti.

Le strategie per sfuggire ai controlli

Dalle intercettazioni emerge inoltre come il gruppo adottasse precauzioni continue per evitare sequestri e controlli delle forze dell’ordine. In alcune conversazioni gli indagati si avvertivano reciprocamente in caso di posti di blocco o verifiche improvvise.

“Ci hanno fermato, butta tutto”, diceva uno degli interlocutori. In un altro episodio, invece, veniva commentato con sollievo il mancato ritrovamento della droga: “Meno male che è andata dentro la calza”.

Elementi che, secondo gli investigatori, confermerebbero l’esistenza di un sistema collaudato e ben organizzato per il traffico e la distribuzione della cocaina sul territorio.

Maria Grazia Cortese, la “Rosy Abate” del Tirreno cosentino

Figura centrale dell’inchiesta sarebbe Maria Grazia Cortese, 26 anni, nata a Chiaravalle, nel Catanzarese. La donna viene descritta dagli stessi indagati come la “Rosy Abate” del Tirreno cosentino, richiamando la celebre protagonista della fiction televisiva interpretata da Giulia Michelini.

Secondo l’accusa, Cortese avrebbe ricoperto un ruolo di vertice all’interno dell’organizzazione, occupandosi della gestione dei traffici e delle decisioni operative del gruppo.

Le intercettazioni del 2023 mostrerebbero anche il suo atteggiamento intimidatorio nei confronti di chi non rispettava i pagamenti per la droga acquistata. In alcune conversazioni telefoniche intercettate nel 2023, la giovane minacciava una persona che le doveva dei soldi per lo stupefacente comprato. Le minacce erano tante e ripetute. In una circostanza diventavano molto concrete: "Portami i soldi senno' a tua mamma la schiatto in corpo". E aggiunse: "Lo sai benissimo che lo faccio. La gente di Cetraro vanno da mamma tua quindi regolati tu".

Per gli inquirenti, insieme a Luigi Ricci, anche lui arrestato, Cortese sarebbe stata tra i promotori dell’organizzazione criminale.

Arresti nell’alto Tirreno cosentino: in carcere 14 persone. Tra le figure di vertice una donna chiamata “Rosy Abate”

Il ruolo dei presunti capi dell’organizzazione

Secondo la ricostruzione della procura, Maria Grazia Cortese e Luigi Ricci coordinavano le principali attività del gruppo direttamente dalle rispettive abitazioni.

I due avrebbero stabilito le quantità di droga da smerciare, individuato nuovi soggetti da coinvolgere nello spaccio e mantenuto i contatti con i fornitori. Inoltre, avrebbero organizzato trasporti e consegne dello stupefacente, gestendo anche la cassa comune dove confluivano i proventi dell’attività illecita.