La Calabria resta una delle regioni italiane con la quota più alta di giovani che non studiano, non lavorano e non seguono percorsi di formazione. Nel 2025, infatti, i Neet tra i 15 e i 34 anni sono il 24,3%: un dato – approfondito dal Sole 24 Ore analizzando l’indagine della fondazione Dedalo – ancora molto distante dalla media nazionale del 15,6%, nonostante il calo di 4,4 punti registrato nell’ultimo anno. Un miglioramento che va letto con attenzione, perché dietro quella percentuale comunque alta permangono difficoltà occupazionali, dispersione scolastica, povertà educativa e, soprattutto in Calabria, anche la continua fuoriuscita di giovani dal territorio.

«Le cause possono essere molteplici – spiega Rachele Celebre, presidente del Csv Cosenza –. Da un lato pesano le difficoltà del mercato del lavoro, caratterizzato spesso da precarietà, bassi salari e scarse prospettive di crescita». Dall’altro, aggiunge, «incide la carenza di servizi capaci di accompagnare i giovani nella costruzione di un proprio percorso personale e lavorativo».

È un insieme di fattori che può alimentare anche un sentimento di distanza rispetto alle opportunità disponibili. «A questo – sottolinea Celebre – si aggiunge un senso di sfiducia che porta molti ragazzi a non riconoscere le opportunità concrete presenti sul proprio territorio».

Il problema dei piccoli centri

Se il fenomeno viene osservato dalla provincia di Cosenza, il tema della territorialità diventa ancora più evidente. Le opportunità formative e lavorative non sono infatti distribuite in maniera uniforme e nei comuni più piccoli il rischio di rimanere fuori dai percorsi di studio e occupazione cresce insieme alla distanza dai servizi.

«Viviamo – osserva la presidente del Csv – nell’era dello spopolamento e tanti giovani che vivono nei comuni più periferici della provincia risultano, in molti casi, penalizzati».

A essere più difficili da intercettare sono soprattutto quei ragazzi che hanno già interrotto il proprio naturale percorso di vita. «Le fasce più difficili da raggiungere – continua Celebre – sono quelle dei giovani che hanno abbandonato precocemente i percorsi di studio o che, dopo aver concluso la fase di formazione, non riescono a trovare un’occupazione coerente con le proprie competenze».

Il passaggio dalla scuola al lavoro resta così uno dei punti più delicati. «È uno dei momenti più critici, soprattutto se non si sceglie di proseguire con un percorso universitario – spiega –. Il volontariato e il Terzo settore, in questo caso, possono fare la differenza, rappresentando il primo passo verso una partecipazione attiva alla vita del proprio paese e della propria comunità».

Dal servizio civile all’orientamento

È anche su questa convinzione che si fonda l’esperienza del Csv Cosenza con “AttivaNEET 2025”, il programma di servizio civile universale che ha coinvolto 534 operatori volontari, 126 enti e 147 sedi nella provincia.

«Come Csv Cosenza riteniamo che il Terzo settore possa svolgere un ruolo fondamentale nel contrasto al fenomeno Neet – afferma Celebre –. Il volontariato, il servizio civile e le esperienze di cittadinanza attiva rappresentano occasioni preziose per acquisire competenze, sviluppare relazioni, partecipare alla vita sociale e riscoprire il proprio ruolo nelle comunità».

Non basta però creare singole opportunità. Serve una rete capace di accompagnare i ragazzi nei diversi momenti del loro percorso. «Siamo anche convinti che sia fondamentale costruire alleanze educative tra scuole, enti del Terzo settore, istituzioni e imprese – prosegue la presidente –. Le associazioni possono rappresentare un importante punto di contatto con i giovani, offrendo spazi di partecipazione, esperienze di volontariato e percorsi di crescita personale».

I numeri dell’ultima esperienza restituiscono la dimensione di questo lavoro: 416 ragazzi e ragazze termineranno il prossimo 22 settembre le attività di servizio civile nell’ambito del programma “AttivaNEET 2025”. Un percorso che il Csv porta avanti ormai da cinque anni e che, nelle intenzioni dell’organizzazione, ha prima di tutto una funzione educativa.

«L’obiettivo che, come Csv, ci siamo posti dal primo programma di servizio civile, ben cinque anni fa – racconta Celebre – è stato innanzitutto quello della sfida educativa: avvicinare i giovani al mondo del volontariato e fargli vivere l’anno di servizio all’insegna dei valori della solidarietà e della cittadinanza attiva».

L’esperienza, però, non si chiude con la fine del servizio. «A fine esperienza offriamo loro anche un percorso di tutoraggio per orientarli al mondo del lavoro», aggiunge la presidente, indicando nell’accompagnamento una delle chiavi per evitare che l'esperienza resti isolata rispetto al futuro professionale.

Il punto, in fondo, è proprio provare a intervenire prima che l’inattività diventi una condizione stabile. «Un giovane che partecipa, che offre il suo contributo alla società, ha meno possibilità di essere o di diventare inattivo – conclude Celebre –. Su questo siamo impegnati a lavorare insieme a tutti gli enti di accoglienza che fanno parte della nostra rete».