Il contesto criminale della Sibaritide, la traiettoria dei colpi, le immagini del furgone bianco e le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. Sono stati questi i principali temi dell’esame dibattimentale del tenente colonnello dei carabinieri Piscopo nel processo per l’omicidio di Giuseppe Gaetani, celebrato davanti alla Corte d’Assise di Cosenza.

L’ufficiale, oggi tenente colonnello, all’epoca dei fatti era maggiore e comandante del Nucleo investigativo dei carabinieri di Cosenza. In aula ha ricostruito la seconda fase delle indagini, spiegando di avere coordinato gli approfondimenti investigativi, partecipato a quasi tutte le escussioni e seguito le ulteriori attività tecniche.

Le difese hanno evidenziato che Piscopo non prese parte alle primissime operazioni, dai sopralluoghi iniziali alle prime intercettazioni. L’ufficiale ha precisato che il suo contributo riguardò la fase successiva dell’inchiesta.

La “pax” tra le cosche della Sibaritide

Gaetani fu ucciso il 2 dicembre 2020 a Cassano all’Ionio. Piscopo ha collocato il delitto in una fase di riassestamento della criminalità organizzata della Sibaritide, territorio nel quale sarebbero state attive due cosche a struttura familiare: quella degli Abbruzzese e quella dei Forastefano.

Secondo la ricostruzione investigativa illustrata in aula, gruppi un tempo contrapposti avevano raggiunto una sorta di “pax mafiosa” e, in quel periodo, esercitavano congiuntamente una posizione dominante sul territorio. L’ufficiale ha richiamato gli elementi raccolti nelle operazioni “Kossa”, “Athena” e “Gentlemen 2”.

Nel corso del controesame, la difesa ha però ricordato che Nicola Abbruzzese è stato assolto con sentenza definitiva nel procedimento “Gentlemen 2”. Rispetto alla sua posizione nell’inchiesta “Kossa”, Piscopo ha dichiarato di non ricordare il dato specifico, facendo riferimento a una contestazione di truffa aggravata.

Per quanto riguarda “Athena”, l’ufficiale ha richiamato i rapporti tra Nicola Abbruzzese e Gianluca Maestri, ritenuti dagli investigatori collegati anche al traffico di sostanze stupefacenti. Secondo Piscopo, i frequenti contatti tra i due avrebbero documentato un rapporto di fiducia e interessi criminali comuni. Sono valutazioni investigative sottoposte al vaglio della Corte e contestate dalle difese.

I rapporti attribuiti agli imputati

Piscopo, su domanda del pm antimafia Alessandro Riello, ha descritto Domenico Massa come un uomo di fiducia di Pasquale Forastefano, attivo nel settore dei trasporti e indicato come vicino a un soggetto successivamente divenuto collaboratore di giustizia.

Quanto a Maestri, l’ufficiale ha richiamato i precedenti per rapine, estorsioni e reati in materia di stupefacenti. Nell’inchiesta “Reset”, il collaboratore sarebbe stato indicato come un riferimento del gruppo dei “Banana”.

Le difese hanno posto domande anche su un eventuale periodo di detenzione condiviso da Maestri e da un altro collaboratore nel carcere di Rebibbia. Piscopo non ha fornito una conferma sul punto. La questione è stata sollevata per verificare la possibilità che i due avessero avuto occasioni di confronto prima delle rispettive dichiarazioni.

I quattordici bossoli accanto all’auto

Sulla scena del delitto furono rinvenuti quattordici bossoli calibro 9x21, disposti in maniera pressoché allineata lungo il fianco destro dell’automobile della vittima. Quando venne trovata, la vettura aveva la radio accesa e la leva del cambio collocata in posizione di parcheggio.

Secondo la ricostruzione esposta da Piscopo, i killer avrebbero affiancato il lato destro dell’auto di Gaetani a bordo di un altro mezzo. Le valutazioni dei tecnici balistici sul posizionamento dei bossoli e sull’inclinazione dei colpi avrebbero indotto gli investigatori a ritenere che il veicolo degli attentatori fosse in movimento.

Se il mezzo fosse rimasto fermo davanti all’automobile della vittima, ha spiegato l’ufficiale, la disposizione dei bossoli e la traiettoria dei proiettili sarebbero state differenti.

Rispondendo alle domande della difesa, Piscopo ha precisato che, nella ricostruzione investigativa, lo sparatore sarebbe stato seduto al posto di guida. Gli inquirenti ipotizzano inoltre che a bordo del mezzo vi fossero altre persone.

Le immagini del furgone bianco

Le due telecamere installate ai lati dell’abitazione di Gaetani non ripresero direttamente la sequenza degli spari. L’analisi dei filmati consentì però agli investigatori di individuare un furgone bianco dotato, secondo l’accusa, di un sportellone laterale.

Piscopo ha definito questo particolare determinante, poiché ritenuto compatibile con la successiva ricostruzione offerta da Maestri, il quale, dopo l’avvio della collaborazione con la giustizia, si è accusato di avere partecipato al delitto.

Il furgone, secondo quanto riferito dall’ufficiale durante il riesame del pubblico ministero, sarebbe arrivato dalla direzione di Sibari e non da Cassano all’Ionio.

L’individuazione dello sportellone è stata però contestata dalle difese. L’avvocato Gianluca Serravalle, difensore di Domenico Massa, ha dichiarato di non riuscire a distinguere la sagoma del veicolo nelle immagini in bianco e nero. Dopo la proiezione di una copia a colori, Piscopo ha ribadito di vedere un portellone laterale.

Un altro difensore, il legale Pasquale Di Iacovo, ha evidenziato che i fotogrammi mostrati non sarebbero stati estratti direttamente dai file originali e che, nelle immagini della telecamera considerata più nitida, la linea dello sportellone non risulterebbe visibile. Piscopo ha risposto che le differenze potrebbero dipendere dalla prospettiva o dalle ombre.

I rapporti tra Gaetani e Leonardo Portoraro

Durante l’esame sono stati approfonditi anche i rapporti tra Giuseppe Gaetani e Leonardo Portoraro, ucciso a Villapiana Lido il 6 giugno 2018 in un agguato di matrice mafiosa.

Secondo Piscopo, Gaetani frequentava assiduamente Portoraro, al quale era legato anche da un rapporto di parentela. Gli investigatori hanno ipotizzato che la vittima potesse avere avuto un ruolo nelle attività quotidiane di Portoraro, la cui base operativa era individuata nel territorio di Francavilla Marittima.

L’ufficiale ha richiamato un’intercettazione nella quale Portoraro si sarebbe lamentato di non avere più spazio nei nuovi equilibri criminali, nonostante fosse stato, secondo la lettura investigativa, uno dei promotori della “pax” tra i gruppi.

Dalle conversazioni sarebbe inoltre emersa l’ipotesi di un cambio di guida ai vertici degli “italiani”. Piscopo ha riferito che Nicola Abbruzzese avrebbe manifestato la volontà di affidare quel ruolo a un altro soggetto, senza ottenere l’assenso di Luigi Abbruzzese. L’ufficiale non ha però saputo precisare dove si trovasse quest’ultimo in quel periodo né se esistessero rapporti diretti tra alcune delle persone citate nelle conversazioni.

In un’altra intercettazione, ha riconosciuto lo stesso investigatore, non sarebbe stato possibile identificare con certezza la persona indicata genericamente come “lo zingaro”.

La relazione personale e gli incontri precedenti

Gli inquirenti hanno approfondito anche una relazione intrattenuta da Gaetani con una donna appartenente alla famiglia Forastefano. Questo elemento è stato inserito nella ricostruzione investigativa dei possibili rapporti e contrasti maturati prima dell’omicidio, sebbene poi l’imputazione è stata collegata al fatto che la vittima fosse il “braccio destro” di Portoraro.

Piscopo ha riferito inoltre di alcuni incontri avvenuti negli anni precedenti. Nel 2015 Pasquale Forastefano avrebbe portato un cesto nell’area dell’azienda di Gaetani, per darlo a Portoraro. In un momento più vicino al delitto, secondo quanto ricostruito, sarebbe stato invece Gaetani a consegnare un cesto a casa del boss di Villapiana in quanto convalescente a casa.

La pista mai approfondita e lo Stub positivo

Durante il controesame è stato chiesto a Piscopo se fosse mai stata approfondita l’ipotesi che Gaetani potesse essere stato vittima dello stesso ambiente criminale riconducibile a Portoraro. L’ufficiale ha risposto che questa pista non venne seguita.

Le difese hanno poi richiamato un controllo effettuato alle 22.22, circa due ore dopo l’omicidio. Una persona nota alle forze dell’ordine fu fermata mentre si trovava a bordo di un mezzo da lavoro e venne sottoposta allo Stub. L’esame avrebbe rilevato particelle compatibili con residui da sparo.

La difesa di Nicola Abbruzzese, assistito dall’avvocato Giorgia Greco, ha chiesto se lo stesso accertamento fosse stato effettuato su altri soggetti, evidenziando che nell’informativa investigativa risulterebbero ulteriori verifiche. 

Le dichiarazioni dei collaboratori come svolta investigativa

Rispondendo alle domande dell’avvocato Michele Gigliotti, difensore di Gianluca Maestri, Piscopo ha indicato nelle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia la «chiave di volta» dell’indagine.

Quando rese il primo interrogatorio, Maestri si trovava detenuto nell’ambito del procedimento “Reset”. L’ufficiale ha definito quel primo confronto di carattere esplorativo. Le successive dichiarazioni avrebbero consentito agli investigatori di rileggere le immagini del furgone e gli altri elementi già raccolti.

Le difese hanno richiamato anche la presenza sulla stampa locale, compresi gli articoli pubblicati da Cosenza Channel, di numerosi dettagli relativi all’omicidio. Il confronto processuale dovrà quindi accertare quali particolari riferiti dai collaboratori fossero effettivamente inediti e quali, invece, fossero già conoscibili attraverso le notizie diffuse dopo l’assassinio di stampo mafioso.

Nella prossima udienza sarà sentito un ufficiale di polizia giudiziaria.