La donna racconta di essersi finta madre del ragazzo per allontanare un uomo molesto. I due poi sono rimasti con lei fino all’arrivo del bus. Ora li chiama a raccolta
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Una mattinata come tante, la discesa dell’Autostazione di Cosenza, a pochi passi dal centro e da corso Mazzini. È qui che una donna, sola e in procinto di raggiungere il proprio autobus, ha vissuto momenti di paura che difficilmente dimenticherà. La signora racconta di aver notato in lontananza un uomo, descritto come un trentenne, che le rivolgeva gesti volgari e inappropriati. Con il passare dei minuti quella presenza si sarebbe fatta sempre più vicina, fino a quando la donna, comprendendo di trovarsi in una situazione di difficoltà, ha iniziato ad accelerare il passo e poi a correre. Una scena che si consuma in piena mattinata, in una zona centrale della città, ma che la protagonista ha percepito come improvvisamente priva di quella sicurezza che ci si aspetterebbe da un luogo frequentato e di passaggio.
È proprio in quel momento che la donna ha incontrato una giovane coppia, due ragazzi che, secondo il suo racconto, potevano avere poco più di vent’anni. Non sa chi siano, da dove vengano né quale sia la loro storia. Sa soltanto che, davanti alla sua evidente difficoltà, hanno capito immediatamente che qualcosa non andava. La donna si è avvicinata al ragazzo e, istintivamente, si è stretta a lui fingendo che fosse suo figlio. Un gesto improvvisato, nato dalla paura e dal bisogno di trovare protezione. Il giovane ha compreso il messaggio senza bisogno di spiegazioni e ha accettato di stare al gioco, assumendo il ruolo del figlio. Anche quando l’uomo si è avvicinato, arrivando persino a rivolgere complimenti alla signora e a presentarsi con apparente disinvoltura, il ragazzo e la sua compagna sono rimasti accanto alla donna, contribuendo a creare quella situazione familiare che le ha permesso di allontanarsi dal pericolo.
Non si sono limitati a questo. I due giovani sono rimasti con la signora, aspettando insieme a lei l’arrivo del pullman e assicurandosi che potesse salire e ripartire in tranquillità. Un gesto semplice, ma che per quella donna ha avuto un peso enorme. Oggi, a distanza di quel momento, ciò che resta non è soltanto la paura per quanto accaduto, ma soprattutto la gratitudine verso due sconosciuti che hanno scelto di fermarsi, capire e aiutare. «Vorrei conoscerli», è il desiderio della signora, che vorrebbe poter stringere loro la mano e abbracciarli per ringraziarli personalmente. Li definisce quasi «due angeli», perché il loro comportamento le ha restituito sicurezza in un momento in cui si sentiva completamente sola.
La vicenda riporta inevitabilmente l’attenzione anche sull’importanza degli strumenti di prevenzione e di richiesta di aiuto nelle situazioni di pericolo. Tra questi c’è il Signal for Help, il gesto internazionale con la mano utilizzato per comunicare silenziosamente una situazione di difficoltà. La donna racconta di averne sentito parlare, ma di non aver saputo, in quel momento di paura, come utilizzarlo concretamente. È un aspetto che merita attenzione: conoscere questi strumenti può essere importante, ma altrettanto importante è creare una cultura della sicurezza e della solidarietà, nella quale chi assiste a una situazione di possibile pericolo sappia riconoscerla e intervenire responsabilmente, chiamando eventualmente le forze dell’ordine o i soccorsi.
La storia, però, non vuole fermarsi alla paura. Vuole raccontare anche l’altra faccia della città: quella di due giovani sconosciuti che, davanti a una persona in difficoltà, non si sono voltati dall’altra parte. E oggi quella donna lancia un appello attraverso queste pagine: se quei due ragazzi si riconoscono nell’episodio, o se qualcuno li conosce, si facciano avanti. Lei vorrebbe ritrovarli, non per altro che per dire loro grazie. Perché in una mattinata segnata dalla paura, sono stati proprio quei due giovani a farle sentire, ancora una volta, di non essere sola.

