Il compleanno rossoblù arriva nel momento più freddo del rapporto con la città: la gestione Guarascio ha reso insanabile la frattura con la piazza, ma non ha cancellato l'identità di un popolo
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Ci sono compleanni che si festeggiano. E poi ci sono compleanni che pesano. Quello del Cosenza, oggi, pesa. Pesa perché arriva in un clima gelido, in una città che continua ad amare la sua squadra ma non si riconosce più in chi la guida. Pesa perché il distacco non è momentaneo, non è legato alla partita di domenica, non è il riflesso di una classifica. È qualcosa di molto più profondo. È una rottura consumata nel tempo, diventata abitudine, quasi normalità.
Il punto centrale è proprio questo: la frattura tra la piazza e la società non è più una ferita da curare, è un rapporto finito. Logorato, svuotato, trascinato per anni fino ad un livello tale da non lasciare più spazio a ricuciture. Si può discutere di tutto, dei risultati, delle categorie, dei momenti tecnici. Ma il cuore della questione è un altro. La gente si è allontanata perché non crede più. E quando una piazza come Cosenza smette di credere, non lo fa mai per capriccio.
La gestione Guarascio ha prodotto esattamente questo scenario: non una contestazione passeggera, ma una distanza strutturale. Ha trasformato il dissenso in disaffezione verso il contenitore societario, non verso il Cosenza.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti, ed è il segnale più doloroso. Uno stadio che un tempo era anima, pressione, identità, oggi racconta il vuoto. E quel vuoto non è silenzio sportivo. È un messaggio. La forma più netta di una rottura ormai definitiva. Il Marulla non si è svuotato perché Cosenza ama meno il Cosenza. Si è svuotato perché il rapporto con la proprietà si è consumato oltre ogni limite.
Ed è qui che il compleanno dei 112 anni assume un significato amaro, ma anche tremendamente vero. Perché costringe tutti a guardare in faccia la realtà senza rifugiarsi nelle frasi fatte. Non basta dire “buon compleanno” ad una storia gloriosa, riaprire per l’occasione i commenti su Facebook, se poi quella storia, nel presente, vive separata dalla sua gente. Non basta celebrare il passato se il presente è segnato da una frattura che appare irreversibile.
Eppure, in mezzo a tutto questo, c’è una cosa che resiste. Resiste sempre. È l’amore per il Cosenza, quello autentico, quello che non dipende da chi siede al comando. È un sentimento più antico di qualsiasi gestione, più forte di qualsiasi delusione, più testardo di qualsiasi allontanamento. È la ragione per cui questa distanza fa così male. Se non ci fosse amore, ci sarebbe indifferenza. Invece c’è ancora rabbia. E la rabbia, a Cosenza, è quasi sempre il rovescio della passione.
Per questo il 112° compleanno del Cosenza è triste, sì. Ma non è spento. È il compleanno di un popolo ferito, non di un popolo arreso. Di una fede che non fa più festa, ma non si consegna. Di una città che oggi rifiuta ciò che il club è diventato, senza smettere per un solo istante di sentirlo proprio.
Si è rotto tutto, tranne l’amore. E forse è proprio questo, oggi, il modo più sincero per dire buon compleanno Cosenza.

