Dalle battaglie urbanistiche all’Università della Calabria, il racconto di un protagonista del secolo scorso che oggi avrebbe compiuto 108 anni. Diceva: «Gli scienziati scrivono la storia sui libri, il sindaco la scrive sulla pelle della gente»
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Il 24 maggio è una data che, nel calendario profondo della geopolitica calabrese, conserva un’eco strana. Se la biologia non avesse i suoi confini tassativi, oggi Francesco Principe varcherebbe la soglia dei centotto anni. Centotto. Un numero che fa girare la testa, capace di stirare la cronaca fino a farla diventare storia archeologica.
Eppure, a guardare i nastri di quel gennaio 2008 all’Aula Caldora dell'Università della Calabria – l'ultimo grande palcoscenico prima del congedo – quel secolo abbondante di vita si raggruma tutto nello spazio spietato di un obiettivo della mia macchina da presa. La luce obliqua dell'aula non illuminava un vecchio capo socialista al tramonto; restituiva, attraverso l’ottica ravvicinata del documentarismo d'osservazione, il corpo magnetico di un sopravvissuto.
Principe siede nei primi posti e, prima ancora di spiegare il miracolo e il fallimento del territorio, mostra le mani. Mani nodose, solcate da vene che lui stesso definisce con un sussulto di orgoglio «complicate, lubrificate». L'estetica della longevità che si fa reperto antropologico.
C’è un paradosso profondo nell’ascoltare oggi questo monologo spezzato. L'ex sindaco, l'onorevole, l'ex presidente di Regione parla la lingua del potere ma lo fa con la postura del testimone di un mondo sommerso. Non è il politico che amministra scartoffie. È l’antropologo involontario di se stesso.
Quando evoca la celebre pagina di Corrado Alvaro su Dio che pensa alla Calabria immaginandola come un’Arizona o una California prima che il diavolo vi scaraventasse dentro le fiumare e l’abusivismo edilizio, Principe compie un rito. Non sta citando la letteratura per decoro accademico. Sta tracciando i confini del suo feudo sentimentale.
La politica, per questa generazione di costruttori nati tra le macerie della prima guerra mondiale, era una questione di feticismo geografico. Un amore struggente, feroce, quasi morboso, che trova la sua giustificazione ultima nel cimitero dove riposano i padri e le madri. Se non ami il cimitero del tuo paese, sembra suggerire lo sguardo fisso di Principe verso la platea, non puoi disegnarne le strade.
La telecamera isola i dettagli. I frammenti visivi del suo profilo restituiscono la densità di un’epoca in cui un piano regolatore si decideva tra l’estasi anarchica di un Malara e le spigolosità di Giacomo Mancini. C’è una ruvidezza antica nel modo in cui Cecchino Principe rivendica le sue intuizioni.
Racconterà della Statale 19, del ponte di Campagnano, delle lottizzazioni che avanzavano tra le lacrime degli agricoltori. «Quanti fazzoletti ho consumato», dice, con un’ironia tagliente che disinnesca decenni di polemiche ambientaliste. Il territorio, nella sua visione, era materia da domare, carne da scolpire.
C’è un passaggio, nel secondo tempo della registrazione, che suona come una confessione e insieme come una condanna per il presente. Di fronte ai mostri sacri dell’architettura e dell'urbanistica italiana, a Vittorini, a Pica Ciamarra, ai fantasmi evocati di Zacchiroli e Gregotti, il vecchio sindaco rivendica il ruolo del boia e del sognatore.
«Gli scienziati scrivono la storia sui libri, mentre il sindaco la scrive sulla pelle della gente», incassando insulti, sputando sangue, sperando.
La sproporzione è evidente. Da un lato la dottrina dei cubi di cemento dell'Unical, dall'altro l’intuizione di aver trasformato un paese sconosciuto nell’«industria del sapere». Principe guarda i docenti e lancia una frecciata che ancora scotta: «A voi non piace questo termine, ma noi abbiamo portato la ricchezza dove c'era la fame».
La camera stringe sul volto. È qui che il documentario cessa di essere cronaca e diventa indagine antropologica sulla mutazione di una classe dirigente. Quella di Principe è la narrazione di una politica che si muoveva per visioni macroscopiche e talvolta feroci.
L'aneddoto del suo «no» solitario alla Camera dei Deputati contro la ferrovia Cosenza-Paola ne è il manifesto. Voleva la Cosenza-Parigi, Principe. Voleva l’alta velocità prima che qualcuno la inventasse, l'arteria autostradale capace di squarciare l'isolamento tra il mar Tirreno e l'interno della Sila.
Ha perso quella battaglia, e la 107 oggi è lì a ricordarlo, asfalto d'estate bollente e budello di lamiere. Ma l'audacia di quel rifiuto illumina, per contrasto, la miseria della gestione minuta dell'oggi.
Il montaggio ravvicinato di queste riprese coglie l’essenza del personaggio nella sua fase più vulnerabile eppure più epica. L'uomo che ha attraversato il Novecento si ritrova nell'Aula Caldora a fare i conti con i figli che superano i padri, con le nuove amministrazioni che devono far rispettare il codice della strada della speculazione edilizia.
Ma il suo non è il lamento del reduce. È la sfrontatezza di chi sa di avere ancora la memoria lubrificata. Recita Dante a mente, evoca Manzoni, sfida la biologia.
C’è una strana e febbrile urgenza nelle sue ultime parole, quando dichiara di essere rimasto, nonostante tutto, «uno di quelli che ancora sono per la società degli esclusi».
Che cosa resta, allora, di quel corpo filmato, a centotto anni dalla sua nascita e quasi venti dalla sua scomparsa? Non la celebrazione acritica di un sacco edilizio camuffato da modernità, né la nostalgia di una stagione di partiti padroni del vapore.
Resta l'immagine di una politica che aveva un peso specifico, una densità molecolare che oggi sembra evaporata nei pixel del consenso virtuale. Francesco Principe ha lasciato le sue immagini impresse in un nastro che oggi interroga chiunque pretenda di governare lo spazio pubblico.
La telecamera si spegne mentre lui ringrazia, con un sorriso sornione, per quegli allora imminenti novant'anni di vita vissuta a cento all'ora. Fuori dall'aula, la terra di Calabria continua a franare verso il mare, indifferente ai piani regolatori e ai vecchi patriarchi che hanno creduto di poterla addomesticare.
*Documentarista Unical

